Per Matteo Renzi la Leopolda, cioè la convention di avvio della corsa verso la segreteria del Pd, è stato un successo fin troppo facile. Era previsto, ma non in queste dimensioni. A stupire è soprattutto il coro di consensi nel suo partito, da parte di coloro che un anno fa lo avversarono duramente a colpi di regolamento, o peggio di accuse e insinuazioni. Queste ultime riguardavano una sua pretesa perdita d'identità di sinistra, e come spesso capita di "intelligenza con il nemico", che allora si chiamava ancora Silvio Berlusconi. Inoltre intorno al sindaco di Firenze fiorivano accuse di sovvenzioni sospette della propria campagna elettorale, con l'aiuto dei soliti non meglio precisati poteri forti, ma anche di fondi basati offshore. In questi casi la fantasia è molto fertile, e perfida, specie in quella sinistra da sempre malata di settarismo.Oggi tutto è cambiato. Il vincitore del 2012, Pier Luigi Bersani, ha fallito nel gestire il dopo elezioni; gli altri avversari di Renzi si sono disciolti come neve al sole; c'è una corsa fin troppo eccessiva a saltare sul carro del vincitore. Anche lui, Renzi, ha del resto capito l'antifona e in tutti questi mesi ha fatto il possibile per parlare il linguaggio caro al "popolo della sinistra", senza il quale non si vince nel partito. Presumibilmente in attesa di una fase due, che ci si aspetta diversa: conquistato il Pd, Renzi dovrà infatti parlare al Paese.Tra i suoi vecchi avversari, l'unico che regge orgogliosamente è Massimo D'Alema, assieme agli esponenti più vicini, come Anna Finocchiaro. Ad oggi non appare un grande pericolo, a condizione però che Renzi faccia le mosse giuste. Proviamo ad indicarle.
La prima sarà di non entrare subito in collisione con Enrico Letta, cosa che naturalmente significherebbe far cadere il governo. In questo caso Renzi potrebbe sì candidarsi a palazzo Chigi, e probabilmente vincerebbe, ma si troverebbe alla guida di un paese ancora da risanare, sfiancato dai continui cambi di premiership, senza la fiducia dei mercati. In altri termini, a rischio commissariamento. Quella di Renzi sarebbe insomma la più classica delle vittorie di Pirro. Ma soprattutto sarebbe una grande occasione sprecata.Le ultime affermazioni del sindaco di Firenze non vanno in questa direzione. Renzi ha dato appuntamento al prossimo ottobre per valutare i risultati del governo in carica: un modo per dire che Letta può andare avanti. Ed anche se il bilancio di questo esecutivo non è finora esaltante, il tentativo "con il cacciavite" di riordino e ritorno alla normalità e negli standard europei ha bisogno di altro tempo.La seconda mossa dovrà però essere rivolta all'esterno, a chi di sinistra non è, in altri termini ai moderati, al mondo imprenditoriale, a quello del sindacalismo più aperto alle riforme. Nell'ordine che abbiamo detto - moderati, imprenditoria, sindacati riformisti - c'è per Renzi attesa, curiosità ma soprattutto speranza. Meno dal sindacalismo stile Cgil e Fiom, che basa il proprio potere sugli apparati tradizionali. E in qualche misura questo vale anche per la Confindustria. Non è forse un caso se le attenzioni per il giovane sindaco sono soprattutto tra gli imprenditori più fuori dagli schemi, più innovativi, o con più forza propria sui mercati: da Brunello Cucinelli a Andrea Guerra (Luxottica), fino all'amico di sempre Oscar Farinetti (Eataly), è l'imprenditoria più innovativa a schierarsi con Renzi. Anche se siamo sicuri che poi il resto non mancherà di aggregarsi.Anche qui si può inquadrare la cosa come il classico soccorso al vincitore: del resto anche ai tempi delle primarie di Romano Prodi ci fu un gran proliferare di banchieri ulivisti. In realtà è diverso. Allora le banche, soprattutto le grandi, incarnavano lo spirito di un sistema che ambiva ad essere conservato senza strappi (e la sinistra prodiana appariva la scelta migliore). Oggi queste forze imprenditoriali chiedono al contrario una netta discontinuità.Ma, dopo gli slogan e la speranza che suscita, per Renzi sta per venire il momento di passare ai contenuti, ad un programma di governo vero. Non c'è alcun bisogno di ripetere l'infausta esperienza proprio di Prodi di una "fabbrica" che produsse un mastodontico progetto di centinaia di pagine, su tutti i campi dello scibile, per un esecutivo che restò in carica solo per pochi mesi. Renzi dovrà dire poche cose ma buone. In particolare: come intende ricreare in Italia un clima sociale, fiscale e anche giudiziario che attiri l'imprenditorialità, a vantaggio delle imprese e dei lavoratori, anziché far scappare le prime e rendere disoccupati i secondi. Dovrà riconquistare la fiducia dell'opinione pubblica con poche mosse concrete sull'apparato pubblico: l'abolizione delle province - e magari il ridimensionamento dei poteri abnormi delle regioni - non sono operazioni cosmetiche, ed il loro senso andrebbe molto al di là dei risparmi immediati che produrranno. Il terzo punto riguarda l'Europa. L'Italia non ha molti margini, e non li avrà neppure con Renzi finché siamo il secondo paese più indebitato dell'Unione. Ma più che sugli obiettivi di breve respiro, sui decimali, e ancor meno sulle parole d'ordine identitarie, l'aspirante premier dovrebbe concentrarsi sul vero problema globale del momento: può l'Europa reggere la competizione con gli Usa e la Cina all'attuale livello di cambio con il dollaro? Il che ovviamente si porta dietro l'intera gestione della politica monetaria. Forse andare avanti così può continuare a fare il bene della Germania, non certo di quel made in Italy che sta guardando a lui, e che è all'ultima spiaggia.Come si vede l'elenco non è sterminato. Tre cose, ma strategiche. Il resto è materia per i contabili.