Il voto è palese, ma le ragioni oscure. Proviamo a far luce su che cosa si agita dietro le quinte del caso Berlusconi, la sua cacciata dal Senato e quella che a Mr Chamber appare sempre più come la decadenza del Parlamento italiano. A Berlusconi la giunta per le immunità di Palazzo Madama ha riservato un trattamento sbagliato nella forma, ma soprattutto - quello che davvero conta - nella sostanza politica. Se fosse stato un altro nome sotto esame, gli sarebbe toccato come regola impone e bon ton istituzionale dispone, il voto segreto. Ma in quel collegio si è consumato il dramma del sistema parlamentare italiano, incapace di tutelare la politica, pronto a cedere alla demagogia, vittima delle minoranze rumorose. E' una storia che viene da lontano, ma l'apice lo si tocca ora, nel momento più devastante della crisi, nell'attimo in cui una paurosa recessione (il tasso di disoccupazione ha toccato il 12,5 per cento, record dal 1977) si è saldata con un sottosopra istituzionale per cui i partiti sono liquefatti, i governi provvisori, la Presidenza della Repubblica governa per supplenza e la magistratura fa la selezione dei buoni e cattivi in attesa di giudizio. In queste condizioni, il voto del Senato è una parabola perfetta. Vediamo i protagonisti. Pdl. Il partito di Berlusconi è arrivato all'appuntamento lacerato sulla politica (l'esperienza delle larghe intese) ma unito sul tema della giustizia (serve una riforma, la magistratura ha esondato, il Cavaliere è oggetto di una persecuzione). Berlusconi ha perso lucidità nell'analisi del primo punto (la coabitazione con il Pd nel governo Letta) e commesso una serie di errori sul secondo (la condotta processuale mischiata alla politica e l'incapacità di dare al Quirinale un terreno decente sul quale muovere una sua azione). Indebolito sul fronte interno, senza grandi sponde su quello istituzionale, il Cavaliere è diventato il bersaglio facile della sinistra renziana che vuole il voto subito per levare di mezzo, definitivamente, l'anomalia berlusconiana. E' un problema di lucidità e freddezza politica che dalle parti del Pdl posseggono in pochi. Gli unici ad aver letto bene lo scenario sono i "ministeriali" del partito che cercano di tenere insieme la baracca delle libertà.  Ci riusciranno? Lo vedremo nei prossimi giorni, ma è chiaro che il partito è sul filo di una scissione. Pd. I democratici stanno celebrando il loro congresso sul corpo di Berlusconi. Renzi ha spostato a sinistra l'asse della sua azione, dopo aver fatto visita a Berlusconi a Villa San Martino, subito l'accusa di intelligenza con il nemico, ora è il più antiberlusconiano del Pd. Si tratta di un calcolo di convenienza che ha molte ragioni: la prima, è quella di non perdere il contatto con la base dell'elettorato postcomunista, la seconda, è quella di porsi come unico avversario del Cavaliere (candidato o no, il Totem da abbattere è lui), la terza, è quella del nemico interno, cioè Enrico Letta, a cui va tolta qualsiasi possibilità di manovra, a costo anche di far cadere il governo; la quarta, è quella della concorrenza di Grillo sul campo della demagogia spicciola, dello slogan a effetto, del parolame, territorio su cui Renzi prospera finché non dovrà confrontarsi con la materia incandescente del governo. Il risultato è una estremizzazione dei comportamenti politici del Pd, la sua resa a un linguaggio banale e autovalidante, la fine di una tradizione e la renzizzazione del dibattito pubblico, speculare a quello che è stato il leit-motiv dell'ultimo ventennio. Il voto palese contro il Cavaliere è la ciliegina sulla torta e la candelina arriverà se Berlusconi e i suoi cascano nel trappolone del voto anticipato. Scelta Civica. Definirlo partito è francamente un'impresa, ma il voto decisivo di Linda Lanzillotta nella giunta delle immunità ha dato finora un segnale della presenza del movimento di Mario Monti nella maggioranza. La decisione è frutto di una manovra tutta interna, dettata dal regolamento di conti in corso tra l'ala governista di Mario Mauro e Pier Ferdinando Casini e quella futur-bocconiana che spinge per andare a sinistra. Si dice che Monti abbia già un accordo con Renzi, quel che è certo è che i due avevano cercato un contatto durante la campagna elettorale e molti dei candidati e eletti di Scelta Civica fanno sponda con il Pd renziano. Lanzillotta ha votato obbedendo al dettato di Monti, mettendo la stabilità al di sotto dell'agenda del partitino. Non è un bello spettacolo e ha ragione Giuliano Cazzola, ex Pdl, montiano, a criticare questa scelta perché contribuisce "all'imbarbarimento della politica". Letta (e Franceschini).  Come ha detto il ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello "i due devono svegliarsi". Il loro partito li sta impallinando, ma se questo è perfino comprensibile nel caso di Letta (potenziale avversario di Renzi) la cosa lo è meno per Franceschini che si era schierato con il sindaco di Firenze in vista del Congresso. Cosa è successo? Niente, si sta avverando la frase di Renzi: "Nel mio carro non si sale, si spinge". E probabilmente Renzi pensa di poter fare a meno di Franceschini e compagni. Napolitano. Il presidente della Repubblica osserva con attenzione il quadro politico, sa che il governo è appeso a un filo e pesa il da farsi. Tornare alle urne senza una nuova legge elettorale è cosa da evitare. Se la situazione dovesse precipitare, aprirà consultazioni per varare un "governo di scopo" con o senza il Pdl. Il cerino. E' il vero protagonista di questa storia all'italiana. E' acceso, passa di mano in mano, si brucia le dita (e perderà voti) chi casca nel tranello del voto anticipato.