Anche il caso Cancellieri verrà superato dal governo, con grande sofferenza di molti Pd (stesso partito di Enrico Letta) a votare contro la mozione di sfiducia presentata dai grillini. Ma come già per la vicenda Alfano, si tratterà di un'altra incrinatura, e non di poco, nell'architettura dell'esecutivo. Nato come esecutivo delle larghe intese, il governo si trova a fare i conti con tutti e tre i partiti che lo sostengono - Pd, Pdl e Scelta Civica, profondamente divisi al proprio interno, e tutti e tre lacerati a loro volta tra la tentazione di staccare la spina e quella di andare avanti, anche per salvare il posto di molti parlamentari che in caso di elezioni anticipate non verrebbero rieletti. "Stabilità" è la parola magica che vorrebbe seppellire tutti i guai, ma questa stabilità assomiglia sempre più alla precarietà. I problemi politici si intrecciano a loro volta con quelli economici e di programma. Letta ed i suoi ministri di punta sembrano prigionieri di una imprevista involuzione; il governissimo si sta rinsecchendo in un governicchio. Con tutta la stima per Anna Maria Cancellieri, il suo è comunque un infortunio, così come un infortunio fu quello di Angelino Alfano nel caso Shalabayeva (del quale peraltro nessuno si ricorda più). Ma a colpire è soprattutto il comportamento del ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni. Già numero due della Banca d'Italia, in predicato di diventare governatore, lucidissimo nell'analisi delle riforme da fare quando era in via Nazionale, trasferitosi in via Venti Settembre non ha impostato neppure una riforma. Quanto alla Legge di stabilità, è un cantiere aperto, ostaggio dei partiti (come abbiamo detto a loro volta litigiosi) nel quale c'è molta contabilità e latitano nuovamente le misure incisive. Il top è stato raggiunto con la lite tra Saccomanni e Istat sui conti pubblici, cioè sulla questione che a torto o ragione interessa l'Europa. Ebbene, quest'ultima ha preso oggi per buone le stime dell'Istat, nonostante che il ministro avesse accusato l'istituto di statistica di non aver valutato adeguatamente le misure per la crescita messe in cantiere dal governo. Ma quali misure? E da quanto tempo simili promesse vengono regolarmente disattese da questo esecutivo come dai suoi predecessori? E dire che nel governo c'è anche l'ex presidente dell'Istat. Quanto ai rappresentanti del Pd nell'esecutivo, quasi tutti di fede bersaniana, la sensazione è che anche loro siano ormai in trincea per difendersi dall'imminente arrivo di Matteo Renzi al vertice del partito. Nel frattempo si rifugiano su una linea di statalismo di ritorno su dossier come Alitalia, Telecom, imbarcate di precari e concertazioni a iosa. Eppure Enrico Letta continua a godere della fiducia dell'opinione pubblica, nonché della stima dei mercati. Forse si riconosce a Letta la capacità di tenere in piedi un governo e un'alleanza dove tutto il resto è in bilico. O forse se si parla dell'Italia ci stiamo pericolosamente abituando ad accontentarci di poco. Di fatto, Letta resta l'unico premier possibile, in questo momento. Il futuro però è solo nebbia. È facile prevedere un successo elettorale di Renzi, se si voterà nel 2014 e se la probabile conquista della segreteria del Pd non lo logorerà troppo. Ma il "new boy in the town" non ha ancora spiegato il suo programma per palazzo Chigi. Dall'altra parte la guerra tra ultras berlusconiani (più berlusconiani dello stesso Berlusconi) e governativi che aspirano a trasformarsi a tutti gli effetti nella filiale italiana del Partito popolare europeo, magari assieme ad ex Udc ed ex montiani, non ha egualmente partorito un programma. Non basta dichiararsi "sentinelle antitasse", visto che i popolari ed i conservatori europei, dove governano, fanno riforme improntate ai tagli di spesa pubblica, a leggi più flessibili sul lavoro, e soprattutto difendono a spada tratta la competitività dei rispettivi sistemi industriali. Stiamo parlando non solo della Germania, ma anche della Spagna e della Gran Bretagna. Questo è oggi il popolarismo europeo, non solo una grande Dc come forse sognano alcuni politici italiani. Probabilmente anche l'Italia uscirà dalla recessione, magari proprio a fine anno, ma con uno striminzito 0,7 per cento di Pil non ci sarà né crescita né svolta. E saremo l'unico paese europeo e occidentale a non aver fatto tesoro della crisi, non avendo realizzato neppure una riforma vera.