Come previsto Bill De Blasio è il nuovo sindaco di New York, e come previsto l'estrema sinistra italiana cerca di impadronirsi della sua icòna multietnica e anti-ricchi per farne un esempio da importare anche da noi. Un bis in scala ridotta di quanto accadde con Barack Obama. Ma anche i repubblicani americani sembrano avere qualcosa da dire alla politica italiana. Chris Christie è stato confermato in maniera semi-plebiscitaria governatore del New Jersey, uno stato che alle politiche vota normalmente democratico: nel recente braccio di ferro con la Casa Bianca sul debito pubblico Christie è stato critico tenace della linea oltranzista incarnata dai Tea Party - il movimento anti-Washington e anti-tasse - che a sua volta ha il suo punto di riferimento (tra gli altri) nel deputato del Wisconsin Paul Ryan, presidente della commissione Bilancio del Congresso. A New York, oltre all'immagine da Robin Hood, alla famiglia che incarna quasi tutte le etnìe americane ad eccezione di quella wasp (i tradizionalisti anglosassoni), De Blasio deve molto alla discontinuità con il predecessore miliardario Michael Bloomberg e alla parola d'ordine "Progress". Ma soprattutto a quella che lui ha chiamato "Tale of two cities", il manifesto-programma che racconta come negli ultimi anni le diseguaglianze sociali siano aumentate a dismisura nella Grande Mela. Considerati anche i suoi trascorsi nel Nicaragua sandinista ed i soggiorni a Cuba, ce ne sarebbe abbastanza per definirlo un mezzo comunista, una clamorosa anomalia nel panorama politico americano. Ed è questo il messaggio che la sinistra-sinistra italiana ritiene di poter sfruttare. Sbagliando, come per Obama. Basta pensare che De Blasio ha conquistato la maggioranza in quattro dei cinque distretti newyorkesi: e l'eccezione non è Manhattan, bensì Staten Island, a maggioranza bianca ma di classe media, a differenza dell'oasi miliardaria di Long Island, dove invece ha vinto. Ancora di più, la multietnicità rivendicata ed esibita dal nuovo sindaco non mette minimamente in discussione il baluardo del reato di immigrazione clandestina, il grande filtro del melting pot americano. Tutto il contraio dell'Italia, dove si vorrebbe abolire il reato ignorando la questione dell'integrazione, a cominciare da quella economica. Difficilmente la sinistra democratica alla De Blasio (che scavalca Obama) potrà proporsi per la prossima sfida per la Casa Bianca. Essa ha stravinto a New York, ma a differenza di ciò che si pensa da noi New York non è gli Stati Uniti. E sul duello per le presidenziali incideranno di più il fallimento della riforma sanitaria promessa e non attuata da Obama, la scarsa incisività delle politiche economiche, la mancanza di leadership in politica estera. Tutti terreni che, ad oggi, sembrano più congeniali alla candidatura di un personaggio alla Hillary Clinton: un marchio familiare che per molti continua a significare un progressismo temperato dal benessere, più che le crociate anti-ricchi. Dall'altra parte la battaglia tra i conservatori pragmatici alla Christie ed i Tea Party anti-establishment sembra volgere a favore dei primi. Dunque, ancora una volta si avranno due anime democratiche e due repubblicane, che al momento delle primarie e poi del voto si riunificheranno nei rispettivi campi, e probabilmente convergeranno al centro. Questo dovrebbe essere il vero segnale anche per l'Italia, dove a destra e sinistra stiamo assistendo a divisioni e carenze di leadership, al momento più sui personaggi che sui programmi. Le fughe estremistiche da una parte e dall'altra non servono a nulla: possono infiammare i mass media, ma non garantiscono il governo di un paese e di un'economia che intende continuare ad essere tra i primi del mondo.