La sostanziale bocciatura europea delle Legge di stabilità nega all'Italia la deroga per investimenti in infrastrutture, un impegno del governo e di tutte le parti politiche per il 2014. Può apparire un'ingiustizia e un accanimento neppure troppo terapeutico da parte di Bruxelles e della Germania, e di conseguenza rinfocolare i molti umori anti-euro e filo-elezioni anticipate di gran parte della politica italiana e dell'opinione pubblica. Ma non è così. In questi casi è meglio ragionare che aggravare la situazione. La Legge di stabilità, certo non esaltante e priva di riforme strutturali, è così per le spinte contrapposte di quelle stesse parti politiche che ora vorrebbero correre alle elezioni anticipate. Se questo accadesse, se cioè si andasse alle urne nella prossima primavera, sarebbe fortissima la probabilità che tra grillini, astensioni e magari una Forza Italia ed una gran parte della sinistra entrambe antieuropee, prevalga una maggioranza che facesse balenare il sogno di un'uscita dalla moneta unica, o almeno del "battere i pugni" a Bruxelles. Ma si tratterebbe di uno scenario assolutamente nefasto, una fuga nell'irrealtà. L'Italia ha accettato di entrare, stare e restare nell'euro, ed alle sue regole deve adeguarsi. Potrebbe certo concorrere a migliorare queste regole, ad avere insomma più voce in capitolo: ma non potrà mai farlo se prima non recupera credibilità. Gridare "non accettiamo lezioni dall'Europa" non serve a nulla, finché le alternative al governo in carica restano quelle attuali. Per questo Enrico Letta deve andare avanti, e anzi deve darsi un po' più di coraggio, sfidare il rischio dell'impopolarità a costo di scontentare alcune parti politiche e sindacali (comprese le sue), alcune corporazioni che intorno a questa Legge di stabilità hanno inscenato un balletto come se fossimo vent'anni addietro, come se non avessimo un debito pubblico oltre il 130 per cento del Pil, il secondo in Europa dopo la Grecia. Altri paesi d'Europa sono usciti dalla crisi e dagli aiuti condizionati della troika, come l'Irlanda. Altri ancora hanno rivisto la crescita, come la Spagna e il Portogallo, anche loro soggetti ai prestiti e alla stretta sorveglianza europea. In nessuno di questi casi i rispettivi premier possono vantare grande popolarità nei sondaggi interni: né il primo ministro irlandese Enda Kenny, né quello spagnolo Mariano Rajoy, né quello portoghese Pedro Coelho. I primi due sono conservatori e Kenny guida un governo di coalizione con i laburisti. Anche Coelho, socialdemocratico, è a capo di un esecutivo che qui definiremmo di larghe intese. Tutti però hanno messo in secondo piano lo scarso appeal per realizzare riforme più o meno incisive (soprattutto in Irlanda e Spagna) soprattutto su due fronti: il mercato del lavoro e la spesa pubblica.
Il pedaggio pagato è una elevata disoccupazione, che dovrebbe però essere riassorbita dal ritorno alla competitività e all'accesso del mercato dei capitali, non solo in termini di titoli pubblici ma soprattutto di investimenti dall'estero. Insomma, in Spagna, Irlanda e Portogallo la crisi finirà o sta già finendo. L'Italia rischia invece di avvitarsi. Colpa dell'Europa o colpa nostra? E in questa situazione vogliamo andare ad una campagna elettorale nella quale trionferanno la demagogia e la difesa di interessi di parte, tutte cose delle quali abbiamo avuto un antipasto nei tremila emendamenti alla Finanziaria? E' il destino dei paesi in crisi, o in ritardo sugli altri, di sfidare l'impopolarità. Letta non ha ancora esaurito il suo compito, così come non l'ha esaurito la maggioranza che lo sostiene (dalla quale potrà distaccarsi una parte dell'ex Pdl). Questo significa che deve andare avanti, non perché lo chiede l'Europa ma perché serve al Paese. L'abnorme debito pubblico, accompagnato da una spesa dello Stato pari a quella della Germania con 20 milioni di abitanti in meno, la riforma del lavoro lasciata a metà, sono alcune delle cose che non ci ha imposto l'Europa, ma che abbiamo creato noi stessi e la nostra classe politica. Se il premier avrà il coraggio di non cedere alla demagogia, agli slogan, ai richiami della foresta, di tagliare là dove va fatto, insomma di prendersi la sua dose di impopolarità e di rischio, potrà non solo seguire Irlanda, Spagna e Portogallo (tutti paesi meno forti e importanti dell'Italia) nell'uscita dalla crisi, ma anche diventare un leader a pieno titolo.