Matteo Renzi, vincitore ma non trionfatore della prima fase delle primarie del Pd - si sono espressi gli iscritti, mentre l'8 dicembre saranno anche i simpatizzanti a scegliere il nuovo segretario - conosce benissimo i due tipi di attese che incombono su di lui qualora conquistasse il partito: quale atteggiamento terrà nei confronti del governo Letta, e soprattutto quale sarà il suo programma quando e se dovesse candidarsi alla guida del Paese. Diversamente da quanto è accaduto finora, queste domande vengono soprattutto dall'opinione pubblica e dalla classe dirigente che non vota democratico. Per questo motivo Renzi ha finora badato a conquistare la sinistra, utilizzando spesso toni e argomenti apparsi un po' estremisti, anche alla vecchia guardia del Pd trincerata intorno a Letta, magari a dispetto del moderatismo del presidente del Consiglio. In altri termini, il sindaco di Firenze ha ribaltato la strategia del novembre 2012, quando si presentò con un linguaggio accattivante più per i moderati (venne perfino accusato di essere una sorta di quinta colonna berlusconiana) che non al suo partito, e meno ancora all'area più ampia che comprendeva gli ex comunisti di Nichi Vendola. È probabile che Renzi abbia studiato attentamente il meccanismo delle primarie americane, dove in prima battuta un candidato deve parlare al cuore profondo del partito e solo in seconda a tutto il Paese. Comunque sia, è a quest'ultimo, al Paese, che da qui in avanti dovrà rivolgersi il probabile futuro leader del Pd, e aspirante premier. E su questa strada lo attendono appunto le due domande che abbiamo indicato all'inizio. Quanto durerà la coabitazione tra Renzi segretario e Letta premier? Diversamente da quanto molti pensano, l'iniziativa non è tutta nelle mani del Rottamatore. A favore di Letta giocano il Quirinale, il Nuovo centrodestra non interessato a correre subito alle urne, infine la cosiddetta stabilità. Gioca inoltre la capacità manovriera del capo del governo, e un po' meno l'Europa, che sulla Legge di stabilità non ha concesso quel credito che palazzo Chigi si aspettava. Ma soprattutto c'è un elemento che Renzi non potrà sottovalutare: il rischio di una spaccatura palese od occulta nel Pd, che renderebbe vano ogni tentativo di rovesciare il governo esponendo il neo-segretario a quel logoramento che tutti pensano lui voglia riservare a Letta. Indubbiamente il distacco da Silvio Berlusconi di una fetta consistente dell'ex Pdl, la nascita del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, i lavori in corso al centro e tra gli ex Dc non giocano a favore di Renzi, in quanto tolgono dal tavolo l'alibi finora usato dagli antigovernativi maldipancisti della sinistra: il "fattore B". Per questo sarebbe saggio che il probabile vincitore non volesse subito capitalizzare il successo a sinistra. Rischierebbe di essere impallinato dai suoi, ed avrebbe meno tempo di offrire all'opinione pubblica un programma appetibile. E qui si arriva alla seconda domanda, alla seconda attesa. Renzi gode di ampie simpatie anche tra coloro che votavano centrodestra, e ha avuto endorsement da vasti settori del mondo imprenditoriale e finanziario, da Sergio Marchionne a Diego Della Valle fino a Carlo De Benedetti, passando per i numeri uno di Generali e Luxottica. Tutti simboli di un Made in Italy che ancora regge, e che vanno aggiungersi ai sostenitori della prima ora. Da questo punto di vista egli non è più un outsider, un "absolute beginner" come dodici mesi fa. C'è chi simpatizza per Renzi, e sarebbe disposto a votarlo e appoggiarlo, perché deluso dal centrodestra, e ritiene che ora tocchi alla sinistra, e lì è lui l'unica novità vera. E chi magari con il cuore ancora a destra pensa che solo la sinistra possa fare, in Italia, le riforme che non piacciono ai sindacati e agli ex comunisti. In realtà i precedenti di Romano Prodi e Massimo D'Alema non autorizzano molto ottimismo; ma oggi siamo in una situazione ben diversa e ben peggiore di quella dei governi ulivisti e unionisti. Sia come sia, verrà presto il momento nel quale Renzi dovrà presentare un programma per l'Italia, non per il Pd o per la sinistra. Un programma che non potrà più parlare il linguaggio simil-grillino degli ultimi mesi, ma affrontare argomenti scomodi. E cioè: come tagliare una spesa pubblica che ha raggiunto gli 860 miliardi, come ridurre le quasi 8 mila aziende municipalizzate, spesso inefficienti e clientelari, come iniziare una seria diminuzione del carico fiscale su famiglie e imprese, e soprattutto come rendere competitivo il nostro sistema del lavoro ancorato ai veti dei sindacati e della giustizia civile. Dovrà dunque lasciar perdere gli slogan facili su giovani, pensioni e rottamazioni varie, ed entrare pesantemente nei recinti protetti della sinistra. Non sarà una passeggiata, ma solo lui, oggi, può farlo. Altrimenti Renzi sarà semplicemente un altro che, dopo i D'Alema, i Prodi ed i Veltroni, ci ha provato. In bocca al lupo.