Un governo senza alternative non ha alternative: deve rimettere il Paese in carreggiata. Enrico Letta ha dimostrato tempra nel condurre il suo esecutivo dalle turbolente acque delle larghe intese alle più calme insenature delle strette intese.Questa sua tenacia è ora che trovi applicazione non solo nei rapporti politici, ma anche nel management ministeriale.  La legge di stabilità è stata criticata dall'Europa perché è mancato questo ingrediente: si è lavorato ad assemblare le richieste dei vari ministri, tenendo conto dello stato confusionale dell'alleanza, ma il risultato è un patchwork senza un fine preciso e deciso. Il lavoro del Parlamento non le darà una fisionomia molto diversa, raddrizzerà qualcosa ne peggiorerà qualche altra, ma ormai il cibo che bolle in pentola è più o meno quello. Mancano soldi veri per la crescita e una visione coerente con l'ultime decisioni della Banca centrale europea. Se a Francoforte Mario Draghi taglia i tassi al minimo storico sfidando l'ira della Germania e del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, Roma dovrebbe trarre un paio di conclusioni: 1. il taglio è stato deciso per scongiurare uno scenario deflattivo; 2. il taglio è un tentativo di stimolare la domanda troppo bassa; 3. il taglio cerca di contenere l'ascesa dell'euro sul dollaro. Difficile di fronte a questi fatti sostenere che "la ripresa è a portata di mano" e poi dover temporeggiare sul taglio dell'Imu perché ci sono molte richieste e poche coperture. E' per questi motivi che anche il governo italiano dovrebbe cominciare a darci un taglio con la liturgia ministeriale e corporativa. Bisogna liberare risorse. Sulla crescita si ascoltano sempre le solite campane, Confindustria e i sindacati, ma il Paese reale è un altro. E' quello dei piccoli e piccolissimi imprenditori, dei commercianti, degli artigiani, delle partite Iva e soprattutto delle famiglie. Qual è il problema? La spesa pubblica riflette un mondo fermo e privo di dinamismo. Eurostat ha pubblicato i dati sulla spesa sociale e la sua composizione e ne viene fuori un quadro desolante: solo il 2.9 per cento delle risorse in Italia è impiegato per combattere la disoccupazione e un misero 0.3 per cento per la casa e l'esclusione sociale, mentre il 61.3 per cento viene speso per gli anziani e il 30.6 per cento per la sanità e il 4.8 per cento per la famiglia. Il nostro benchmark è la Germania, ecco i numeri di Berlino: disoccupazione 4.6 per cento, disagio sociale 2.8 per cento, anzianità 40.4 per cento, sanità 41.1 per cento e per la famiglia 11.1 per cento. Sono numeri che parlano da soli e certificano una sola cosa: l'Italia è un paese di vecchi costruito per i vecchi che consumano senza costruire. Un paese dove i giovani non contano nulla e non hanno nulla su cui contare per il domani. Se non hanno una famiglia che li protegge, li aiuta e prova a traghettarli verso la maturità (sempre più elevata e problematica) sono spacciati. E' il quadro di un paio di generazioni che si stanno disperdendo con la disoccupazione di oggi e quella di domani, con un sistema educativo che funziona fino alle elementari (che Dio protegga maestre e maestri) ma dalle scuole medie all'Università è una discarica di talento e senso della realtà. Letta dovrebbe chiedersi che ne sarà dei compagni di scuola dei suoi figli. I ministri dovrebbero domandarsi con urgenza quale avvenire possono disegnare gli adolescenti. I sindacati, le cui tessere sono in maggioranza sottoscritte da pensionati, dovrebbero immaginare quale sarà la sorte di un Paese la cui migliore gioventù è condannata ad esser la peggiore per mancanza di fiducia. Confindustria dovrebbe provare a uscire dal familismo per proporre una evoluzione rapida del capitalismo familiare in capitalismo tout court. Dire che l'Italia è in Europa significa avere uno sguardo lungo non sui saldi e lo spread (importanti, ma non al punto di arrivare ad essere una divinità incontestabile) ma sui fenomeni che cambieranno il futuro. La popolazione europea al primo gennaio del 2013, sempre secondo gli ultimi dati Eurostat, è di oltre 505 milioni di abitanti, l'Italia ha un tasso demografico negativo che diventa positivo solo grazie all'immigrazione. Non facciamo figli. Non sosteniamo la famiglia. Non aiutiamo i giovani. Non importiamo lavoratori stranieri qualificati. E' certamente un Belpaese per vecchi, ma non un'Italia per i giovani. Le intese possono essere larghe o strette, ma una cosa raccontano i numeri e i fenomeni del presente: la classe dirigente italiana ha vedute corte, è miope.