A Palazzo Chigi il malumore nei confronti di Matteo Renzi non viene neppure più messo tra parentesi. Anzi, le critiche e le iniziative del sindaco di Firenze e prossimo segretario del Pd sono ormai additate come principale rischio per il governo, sostituendo in questo il "fattore B", inteso come Silvio Berlusconi e la sua probabile imminente decadenza da senatore. C’è dunque un esecutivo a guida Pd che deve guardarsi dal Pd stesso, e non più dal centrodestra diviso e confuso. Un paradosso, ma non troppo, anche se tutto questo ci riporta alla prima repubblica, quando era la Dc a far cadere i suoi governi allora definiti (per prendere le distanze) "amici".

Naturalmente ciò non cancella la patologia. D'altra parte Enrico Letta, se vuol garantire la sopravvivenza al governo e la governabilità al Paese, ha una sola strada da percorrere: quella dell'Europa. Il premier ha qualche ragione quando parla di "ayatollah del rigore" che dominano l'euro, ma ha torto se - per esempio - manda in Parlamento provvedimenti inermi come l'ultima Legge di stabilità. Che non contenendo nessuna riforma, e per di più essendo esposta ad ogni spiffero politico, è stata logicamente bocciata dalla Commissione di Bruxelles. Ancora. Con il presidente francese Francois Hollande il nostro capo del governo ha annunciato l'ennesimo accordo per il rilancio della crescita e dell'occupazione: ma quanti ne abbiamo sentiti di questi annunci negli ultimi mesi? E siamo sicuri che proprio Hollande, con la sua debolezza politica interna e internazionale, sia la sponda giusta per una iniziativa europea "anti-ayatollah"?

La realtà è che l'idea iniziale del governo italiano di creare un fronte comune con Francia e Spagna in funzione anti-Germania è più o meno fallita nel momento in cui la Spagna si è sfilata, varando alcune riforme vere e di fatto mettendosi sotto la tutela tedesca. Questo risiko durerà ancora a lungo, e mentre Letta attacca gli ayatollah la cancelliera Merkel sta predisponendo una serie di accordi tra Germania e singoli governi per irrobustire ulteriormente il fiscal compact, e quindi le politiche di rigore. Il tutto proprio in coincidenza del semestre europeo a guida italiana.

La Germania fa i suoi interessi, ma non è soltanto austerity quella che vuole dai suoi partner. Chiede anche alcune riforme, a cominciare dal contenimento del debito e dal mercato del lavoro: dove l'Italia ha la coscienza sporca. E dove, tra breve, non basterà più neppure l'ombrello protettivo della Bce a tutelare le nostre emissioni di Btp (che pure sono sempre debito).

Dunque anche Letta, dopo Mario Monti, dovrà giocarsi la sua partita principalmente in Europa, e farlo all'insegna della credibilità. L'insediamento di Carlo Cottarelli, proveniente dal Fondo monetario internazionale, alla spending review deve dunque produrre effetti immediatamente quantificabili, e più per l'abbattimento del debito che per il sollievo del deficit. I tagli annunciati sono ora di 32 miliardi entro il 2016: un obiettivo molto più ambizioso di quello di partenza, prima della bocciatura Ue. E già questo significa che il piano iniziale era insufficiente. Non si poteva pensarci prima?

Ma attenzione: anche 32 miliardi tra privatizzazioni e riduzione della spesa pubblica non basteranno se non si interviene sui meccanismi stessi di questa spesa. Basta pensare che il nostro debito pubblico nazionale è salito a novembre oltre i 2.068 miliardi, quasi cento più di un anno fa. In percentuale sul Pil, stiamo andando verso il 133 per cento. Non bastano dunque alcune decine di miliardi di risparmio: occorre invertire decisamente una tendenza che sul piano contabile rischia di riportarci al 2011, e su quello politico di mettere il governo Letta nell'angolo.

Naturalmente se il Pil riprende a salire il rapporto migliora: ma non migliora un debito che era e resta a livelli mostruosi. Letta ed il suo governo delle (ex) larghe intese vogliono e possono impegnarsi seriamente su questo fronte? Se lo fanno, non dovranno temere nessun Renzi, almeno non nell'immediato. Se ci si abbandona alle denunce sterili, oppure agli annunci inutili, non sarà Renzi a rottamare Letta, sarà, per l'ennesima volta, l'Europa, e non solo la Germania.