Se la legge di Stabilità è il test per valutare questo governo, come lo sono le manovre di bilancio annuali per tutti i governi del mondo, il risultato è in apparenza deludente. Né riforme né privatizzazioni, innanzi tutto, ed invece molta contabilità spostata da una parte all'altra. Andando oltre questo schermo si vede però facilmente che è il mondo a essere cambiato intorno al premier e al suo esecutivo, più che lui ad aver fallito l'obiettivo. Enrico Letta era partito come premier di un governo di larghe intese, a capo di una maggioranza amplissima e tutelata dal Quirinale. Ma tutti i tre i soci fondatori di questa maggioranza si sono divisi e sono mutati al loro interno.

Il centrodestra berlusconiano, l'ex Pdl, non c'è più. Non c'è più però neppure il vecchio Pd, dal cui congresso, con prevedibile vincitore Matteo Renzi, uscirà una nuova classe dirigente e una diversa linea politica. Il centro montiano si è scisso e riscisso alla ricerca di un'identità e un approdo. E tutto questo processo non è certo ancora terminato. E' l'ulteriore dimostrazione che non è possibile creare il bipolarismo - non parliamo di bipartitismo - attraverso continui ritocchi alle leggi elettorali. Occorre modificare la Costituzione, ma nessuno ha o ha avuto la forza per farlo. Non solo. Il fiasco del bipolarismo per via elettorale, del quale abbiamo avuto la prova evidente proprio nel risultato elettorale di febbraio, per cui si sono dovute tentare le larghe intese, non è neppure in grado di produrre quelle ampie coalizioni così gettonate in molti paesi d'Europa, dalla Germania all'Olanda.

Queste coalizioni infatti si basano su veri contratti di governo, accordi scritti e sottoscritti tra avversari con identità e interessi distinti e riconoscibili, e quindi i trattati ne escono blindati in attesa del prossimo round. Così nascono veri governi di scopo, il cui obiettivo dichiarato è di fare riforme soprattutto in campo economico. Le larghe intese italiane avevano anch'esse un obiettivo, anzi due: la riforma della legge elettorale e la messa in sicurezza dei conti pubblici a fini europei. I risultati sono inesistenti per quanto riguarda la legge elettorale, e deludenti sull'economia, ma che cosa poteva fare il governo con la situazione politica che cambia ogni giorno sotto i suoi piedi?

Non è né un alibi né una consolazione, ma una lezione utile per il futuro. Quando avremo presumibilmente una sinistra diversa (con Renzi), una diversa destra (con leghisti e post berlusconiani) e un centro popolare che vedrà assieme personaggi come Alfano e Casini, per qualcuno l'Italia si scoprirà tripolare: anche senza nessun ritocco alla legge elettorale. Ma i protagonisti dei prossimi mesi dovranno tener presente che il Paese resta, come in tutto il mondo, diviso al fondo tra moderati e progressisti (sintetizziamo), tra una destra e una sinistra, e dunque sarà loro compito non tentare altri equilibrismi ma lavorare a un serio cambiamento della Costituzione. Anche perché fuori da questi campi ce n'è un altro, quello del populismo alla Grillo e della protesta finora sopita, che potrebbe riservare a tutti amare sorprese.