Forza Italia ha presentato al Quirinale una richiesta di verifica parlamentare della maggioranza a sostegno dell'esecutivo, vista la mutazione intervenuta dopo il passaggio all'opposizione del movimento berlusconiano. Dall'altro fronte incombono le primarie del Pd, che l'8 dicembre vedranno Matteo Renzi nuovo segretario. Risultato: Enrico Letta si presenterà in Parlamento per chiedere una nuova fiducia. Forse anche da premier dimissionario, naturalmente con l'obiettivo di farsi riconfermare. Formalmente tutto legittimo, compreso il desiderio del capo del governo di mettere punto e a capo e ripartire, nelle speranze più forte. Ma l'esecutivo nelle ultime due settimane è già passato attraverso due voti di fiducia, l'ultimo dei quali, sulla Legge di stabilità, ha ratificato proprio il passaggio all'opposizione del movimento berlusconiano. Quanto al Pd, era e resta il primo azionista della maggioranza. Dunque che cosa c'è da ri-verificare? E perché esporre l'esecutivo agli spifferi dei partiti, con tutte le scadenze interne e internazionali che si accumulano?
Si dice che ciò potrebbe consentire a Letta di presentare un nuovo programma, aggiornato alla cambiata situazione politica. Ma perché questi continui voti di fiducia, mentre il premier ed il suo governo dovrebbero dedicare ogni giorno e ogni ora all'attuazione, e possibilmente al miglioramento, del programma economico, mentre il Parlamento dovrebbe modificare la legge elettorale, e soprattutto la cornice istituzionale nella quale si inserisce?
Il sospetto che dietro a queste richieste di verifica ci sia un problema di poltrone, di sottosegretari, e di conseguenti rimpasti, è forte. Peccato che non coincida affatto con gli interessi del Paese; e comunque sostituire uno o più sottosegretari, viceministri e anche ministri, può essere fatto senza dovere ogni volta fermarsi per questi rituali che interessano solo il palazzo politico. Due anni fa la Germania ha cambiato in corsa il capo dello Stato: noi non possiamo introdurre modifiche minori all'esecutivo?
Il tempo che così si perde viene sottratto a questioni di primo piano, per le imprese, i cittadini, i partner ed i fondi europei. L'infinita questione Imu è ancora aperta, mentre la Legge di stabilità che deve passare per la Camera è tutt'altro che chiusa. Così come sono aperte la vicenda del rimborso dei debiti pubblici alle aziende privati, quella della rivalutazione delle quote della Banca d'Italia, l'utilizzo dei fondi europei - pena la loro perdita - ai fini dell'occupazione giovanile, per il quale Bruxelles ha dato all'Italia tempo fino al 31 dicembre di quest'anno. Qualcuno se ne è forse dimenticato? O tutto questo - ma l'elenco potrebbe proseguire a lungo - vale meno delle prove di forza parlamentari?
I paesi con i quali ci confrontiamo e dovremmo competere procedono spediti: le riforme annunciate da Gran Bretagna e Germania dimostrano che si può stare in Europa, tenere a bada i conti pubblici ed anche fare riforme serie e vere, nonché i rispettivi interessi nazionali. I governi, a Londra, Berlino, ma anche a Parigi e Madrid, cadono se viene meno la fiducia parlamentare, non presentandosi continuamente nei parlamenti per verificare se la fiducia c'è ancora, o per registrare a fini esclusivamente politici e mediatici gli umori di questo o quel partito. Questo del resto prevede anche in Italia la nostra costituzione, che riconosce il ruolo del Parlamento come depositario della fiducia del governo, ma non dice assolutamente nulla sulla nascita o la scissione o gli avvicendamenti al potere nei singoli partiti.
Per questo esistono le campagne elettorali, le sedi politiche e quant'altro. Su tutto il resto, cioè sull'attività di governo, ricordiamoci che siamo nel terzo millennio, non nell'Italia post bellica. Ci eravamo illusi di poter avere anche noi una democrazia semplificata e più efficiente, come è in tutti i maggiori paesi moderni. Non vorremmo ripiombare in una sorta di corte di Bisanzio.