Tutti addosso a Fabrizio Saccomanni. Il ministro dell'Economia, ex numero due di Banca d'Italia dopo essere stato bloccato (da Giulio Tremonti) per la successione a Mario Draghi come governatore, sente la poltrona ballare in un eventuale rimpasto. Difficile che questo accada perché si destabilizzerebbe l'intero governo più di quanto già non lo sia, e comunque Saccomanni ha la fiducia e la protezione di Giorgio Napolitano e di Draghi, che dalla Bce continua a garantire, per ora, un corso tranquillo allo spread. Ma chiunque interroghi tanto i democratici di area Matteo Renzi, quanto quelli vicini al presidente del Consiglio, raccoglie commenti tra l'irritazione e l'imbarazzo. Stessa cosa dal centro e centrodestra, sia nella versione alfaniana sia in quella Forza Italia. Critiche meritate? Molti addebitano al ministro dell'Economia l'ultimo ed ennesimo pasticcio dell'Imu: in realtà il problema è stato creato soprattutto dai comuni che hanno voluto fare i furbi, aumentando le aliquote sulla prima casa anche nel 2013, quando l'imposta era sospesa, per avere un rimborso più ricco dal governo. Questo meccanismo ha trascinato con sé anche le amministrazioni che hanno tenuto le aliquote ferme, come Roma. E' stata l'ampiezza del fenomeno degli aumenti virtuali (ma non per le casse dello Stato) a far decidere il reintegro con l'aliquota base del 4 per cento decisa dal governo Monti.
Né è colpa di Saccomanni se la Legge di stabilità è stata bersagliata dagli oltre tremila emendamenti, a cominciare da quelli delle ex larghe intese, che l'hanno sensibilmente peggiorata. E questo in particolare sull'Imu. Al contrario vanno addebitate al ministro due cose: la vacuità della Legge stessa, così come era uscita da via Venti Settembre, che non conteneva nessuna vera riforma ma solo un po' di manutenzione contabile; e, secondo punto, lo scarso raccordo con Bruxelles, il non aver compreso che l'Unione europea non avrebbe applaudito una manovra del genere, mentre altri paesi come la Spagna e la Gran Bretagna hanno approfittato della crisi per incidere sull'apparato pubblico e ridurre la spesa e gli sprechi. Questa è stata la vera debolezza di Saccomanni, nonostante la sua esperienza internazionale (in Banca d'Italia era responsabile dei rapporti con l'estero e con i mercati), e nonostante che nelle ultime settimane proprio da Via Nazionale gli fossero giunti segnali non rassicuranti sull'accoglienza che avrebbe trovato sia dalla commissione di Bruxelles sia dalla Bce. Detto questo, c'è da riflettere sul fatto che il suo è l'ultimo caso di un tecnico stimato che non trova fortuna al governo. Mario Monti, Corrado Passera, Elsa Fornero, in anni più lontani Guido Carli, ed oggi anche Enrico Giovannini (ministro del Lavoro, ex presidente dell'Istat), hanno tutti tradito le attese. Almeno per i loro critici, cioè i politici di una parte e dell'altra. Forse gli unici ai quali fu consentita una certa libertà sono Lamberto Dini e Tiziano Treu. Si direbbe che in Italia esista un muro tra competenza e background tecnico e politica. Non è così in molti altri paesi, a cominciare dagli Usa, dove i ministri - non solo quelli del Tesoro - non vengono prevalentemente dai partiti, ma dalle banche, dalle università, dalle professioni, dalla carriera militare.
Si dirà che la diversità non è solo italiana, ma europea, visto che in Germania i ministri sono tutti politici, così come di nomina politica sono i santuari del potere economico pubblico a cominciare dalla Bundesbank. Ma proprio i tedeschi ci insegnano quanto esista anche un flusso di influenza inverso, nel quale i tecnici incidono sulle decisioni governative. Ne è un esempio il comitato di cinque superesperti economici che lavorano a fianco di Angela Merkel; lo è stato con Gerhard Schroeder il consiglio incaricato di scrivere le riforme del lavoro, a capo del quale fu posto Peter Hartz, ex direttore del personale della Volkswagen. In quel modo, all'inizio degli anni Duemila, la Germania non solo rilanciò la produttività, ma riformò profondamente previdenza e sanità, e da "malata d'Europa" divenne la superpotenza di adesso. E' probabile che Saccomanni abbia mostrato i suoi limiti, ma è un fatto che la politica italiana, per di più estremamente rissosa, continua a considerarsi una variabile indipendente non solo alla realtà del Paese ma al resto del mondo. In quel posto lì, in questo momento, neppure Superman saprebbe fare diversamente.