La Corte costituzionale potrebbe pronunciarsi sulla legittimità della legge elettorale - il Porcellum - non subito, ma nel 2014. Non ci sarebbe dunque l'immediata decadenza del sistema attuale, che avrebbe obbligato i partiti ad una riforma a tamburo battente. L'allungamento dei tempi potrebbe in teoria aprire le porte alle elezioni a primavera, che pare essere l'obiettivo comune di Forza Italia, Lega, grillini, ma anche di Matteo Renzi. In realtà non è così. Se la costituzionalità del Porcellum resta in sospeso, magari fino a gennaio, le elezioni si allontanano: in caso contrario una modifica della legge in tempi rapidissimi era comunque possibile, a maggioranza semplice, con un blitz di coloro che vogliono il cambio del governo. Anche con il semplice ritorno al sistema precedente, il maggioritario di collegio (Mattarellum), corretto o no con un doppio turno per la quota proporzionale del 25 per cento.
Accanto a tutto questo, Giorgio Napolitano prosegue la sua opera di puntello del governo di Enrico Letta, attraverso una nuova fiducia parlamentare con il premier non dimissionario, ma portatore di un nuovo programma per il 2014. È  però evidente che non c'è Consulta né Quirinale che tenga se dall'esecutivo non viene un colpo d'ala, quel coraggio che finora abbiamo visto a parole - nella denuncia degli "ayatollah europei", i quali ripagano con la stessa moneta - e poco nei fatti. Del resto, a quanto ci risulta, non è neppure vero che Renzi voglia scavare il terreno intorno a Letta appena insediato alla segreteria del Pd. Un anno il sindaco di Firenze sarebbe disposto a concederlo, e non solo perché le elezioni sono un rischio per tutti, e per il Paese, ma perché i renziani hanno bisogno di consolidarsi, di presentare un programma economico, nonché di ridurre al minimo l'eventualità che grillini, leghisti e Forza Italia facciano il pieno degli scontenti.
Quanto a Silvio Berlusconi, è il ragionamento che si fa nel Pd, il tempo gli gioca contro, ora che non ha più lo schermo parlamentare e non può presentarsi come vittima di una congiura di traditori. È un'opinione condivisa anche dal Nuovo centrodestra e dai centristi in cerca di rilancio. Ma questi calcoli di palazzo contano poco e nulla se manca una ripresa di iniziativa da parte di Letta e dei suoi ministri. Il commissario europeo Olli Rehn non sarà il top della simpatia, ma è difficile dargli torto quando accusa l'Italia di non aver fatto nulla per ridurre il debito e la spesa pubblica, e di non aver introdotto nessuna riforma strutturale. Il governo ha detto di voler puntare nel prossimo anno su una spending review da 32 miliardi, e su privatizzazioni per 12. Mentre dovrebbe chiudersi in questi giorni il riordino delle province, attraverso uno svuotamento dei loro poteri.
È sufficiente? Non ancora. Le privatizzazioni dovrebbero essere vere, non partite di giro attraverso la Cassa depositi e prestiti. Il taglio della spesa dovrebbe agire sui meccanismi che la alimentano, a cominciare dal contratto dei pubblici dipendenti e dirigenti, diversamente resterà l'ennesima una tantum. Quanto alle province, perché mantenerle benché svuotate? Insomma, la stabilità e la continuità di governo resta sì necessaria ancora per un anno, proprio perché il 2014 dovrebbe vedere il timido ritorno del segno più davanti al Pil. Ma l'esecutivo non potrà più continuare a galleggiare: il debito rimane a livelli altissimi, la spesa dello Stato continua a crescere, dagli enti locali - non solo le province, ma soprattutto regioni e comuni - è tutto un bollettino di sprechi.
Gli sforzi del ministro Saccomanni nel chiedere alle istituzioni ed ai fondi stranieri di tornare ad investire in Italia, sia nei titoli di Stato sia nell'economia reale, si scontra contro queste evidenze. E presto, con il ritorno sui mercati dell'Irlanda e l'uscita della Spagna dal piano di aiuti bancario, avremo due agguerriti concorrenti in più per i titoli periferici: due paesi che nella crisi le riforme le hanno fatte. Mentre gli imprenditori che volessero dall'estero tentare di fare impresa in Italia incontrerebbero i problemi di sempre: leggi sul lavoro bloccate, tasse, burocrazia. Questo, ancora più che Renzi, è il vero nemico e rischio di Letta e dei suoi. Per rimediare il tempo si riduce, e non basta certo il cacciavite che il capo del governo aveva detto di voler usare come strumento preferito. Serve un bazooka, e subito.