La ripresa c'è. E' a portata di mano. E' il leit-motiv di chi sostiene le ragioni della "stabilità", la continuità del governo Letta. E' davvero così? Oggi Markit ha diffuso gli indici dell'attività dei servizi in Europa e l'Italia - al contrario della Spagna - nel mese di novembre è di nuovo in caduta libera (l'indice è sceso da 50,5 a 47,2 punti) e se i numeri hanno un senso, significa che nell'ultimo trimestre l'Italia non è uscita dalla recessione. Forse ha un piede fuori, ma il resto del corpo è in una dark room, quella di chi non sa dove andare perché è privo di punti di riferimento. Enrico Letta è impegnato in queste ore in colloqui che preparano il suo governo reloaded dopo le primarie del Pd dell'8 dicembre. Stamattina ha ricevuto una delegazione di Scelta Civica, mentre con Matteo Renzi e Angelino Alfano cerca di stringere un patto più o meno condiviso. Si parla molto di legge elettorale e riforma (mini) istituzionale - temi importanti - ma nessuno ha il coraggio di mettere in agenda il punto numero uno: la riforma fiscale. Neppure di fronte alla mezza tragedia (l'altra metà è comica) della nuova tassazione sulla casa l'esecutivo ha sentito il bisogno di dire alle piccole e medie imprese, alle partite Iva, agli artigiani, ai professionisti, che con questo Fisco si è giunti all'ultima stazione e si cambia treno. Niente. A meno che non si voglia davvero spacciare per rivoluzione una delega fiscale del tutto marginale, ininfluente sul destino economico dell'Italia.
Si parla di rimpasto, ma non si dice che al ministero dell'Economia è tempo che torni a guidare la macchina un politico e non un tecnico, perché via XX Settembre è il crocevia delle scelte politiche, di qualsiasi maggioranza, larga o ristretta. In piena trance agonistico-congressuale a sinistra si parla di "cambiamento epocale" ma non si guardano i sondaggi che raccontano di due partiti d'opposizione che insieme mettono insieme oltre il quaranta per cento dell'elettorato: Forza Italia e Movimento Cinque Stelle.  Berlusconi e Grillo non sono uguali, ma sono sintonizzati sulle frequenze del popolo più di chiunque altro. Matteo Renzi ha  perso un pezzo della sua "spinta propulsiva" estremizzando il dibattito nel suo partito e dando del ventennio  berlusconiano (e anti) una rappresentazione che non corrisponde alla realtà. Gli elettori del centrodestra che erano incerti ora hanno una certezza: Renzi non sarà mai un cavallo buono per chi si sente post-berlusconiano. Non ti puoi rivolgere agli elettori di uno schieramento avversario e poi fare un falò inquisitorio per una stagione che non è né la favola della sinistra buona né l'horror della destra cattiva. La realtà è che Berlusconi nei sondaggi è ancora forte e una coalizione di centrodestra domani vincerebbe le elezioni. Grillo rappresenta meglio di tutti la protesta con il forcone, il contro ora e subito. Ma il Pd che è al governo - vale la pena di ricordarlo - forse trova un leader per il domani ma non un programma per l'Italia. Quello che pomposamente viene chiamato "Paese" negli slogan renziani è ancora assente.
Davvero il sindaco di Firenze pensa di dipingere il futuro della nazione italiana con una disquisizione sullo storytelling dei Simpson? La politica non è un cartoon e se proprio si vuol leggere una sceneggiatura e divertirsi con la fiction, allora il Cavaliere che si fa ritrarre dal settimanale "Chi" mentre lancia la palla al cagnolino Dudù insieme a Vladimir Putin è imbattibile. E infatti continua ad esercitare un potere d'attrazione che appare inspiegabile solo a chi non capisce che la realtà italiana è a fettuccine e non a champagne e tartine in terrazza. Che cosa è il Pd? Se lo è chiesto oggi con una lettera aperta al Foglio Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio. E' una domanda non banale ed è giusto metterla sul tavolo proprio ora. Scrive Zingaretti: "Che cosa è il Pd? Il soggetto unico dell'alternativa? Il perno di una nuova alleanza del cambiamento? Se non è questo il tema anche il congresso che si sta celebrando rischia di essere l'ennesima disquisizione su di noi fermi sulla sponda del fiume ma con una totale incapacità di indicare su quale sponda vogliamo stare".
Mettendosi all'opposizione, Berlusconi ha deciso dove stare. E sulla sponda del fiume ora attende la fine delle ristrette intese. E' una scelta precisa, al di là dei tentennamenti sulla delegazione azzurra ancora a Palazzo Chigi e sul gruppo di comando del partito che non c'è. E' un dejà vu (dis)organizzativo, tipico del Cavaliere, che non toglie niente alla percezione della scelta di Berlusconi: il governo sta da una parte, lui è dall'altra. Questo percepisce l'elettore e questo interessa a Berlusconi. Quello che pensano i suoi quadri dirigenti non gli fa né caldo né freddo, lo annoia e basta. Ma il Pd che cosa farà? E Alfano cosa dirà? Un caterpillar della comunicazione come Berlusconi non è un affare che si liquida con la decadenza perché la politica oggi si fa fuori dal Parlamento e le biografie di Grillo e Renzi lo dimostrano. Sarà la realtà a dettare l'agenda. Saranno i numeri - come quelli di oggi - a dare il senso e il non-senso di quel che sta accadendo. Letta sa che la tentazione del voto sta crescendo intorno a lui e lo stesso Napolitano riconosce i limiti di questa stagione (stamattina ha esortato il Parlamento "ad esser responsabile" sull'indulto, cioè sul suo messaggio che è stato finora ignorato dai partiti), le promesse mancate da parte dei suoi protagonisti, i deficit di un'Italia forte e debole nello stesso tempo. Basta guardare cosa è successo a Mediobanca e Generali per capire che niente si tiene tutto insieme come prima. Per questo due anni di esperimenti politici dettati dall'emergenza (governo tecnico-larghe intese-ristrette intese) sono utili solo se portano benefici concreti subito, altrimenti diventano un libro della giungla dove tutto sparisce e tutto si confonde. Il cittadino, alla fine, vota con il portafoglio in mano e se è vuoto, coltiva un solo desiderio, prendere il machete per farsi largo nella giungla.