Come dal Velino da tempo anticipato, Matteo Renzi non ha alcuna intenzione di far cadere il governo Letta, né di sottoporlo a quel logoramento previsto da molti dietrologi, e neppure di provocare una scissione nel Pd, anche questa, da alcuni, data per certa. Il patto di un anno concordato dal nuovo segretario con il capo del governo è, in apparenza, sbilanciato a favore del primo, eletto con un margine che non lascia discussioni di sorta; anche perché va raffrontato al magro risultato ottenuto da Gianni Cuperlo, visto come rappresentante del vecchio establishment. Ma Renzi sa bene che non controlla la gran parte dei parlamentari, eletti a febbraio con il Porcellum e quindi con le liste bloccate della segreteria Bersani: anche se saranno molti a saltare sul carro del vincitore, è una variabile ben presente al Rottamatore. Inoltre l'ormai assoluta necessità di mettere mano alla nuova legge elettorale richiede alcuni mesi, nonché la necessità di far combaciare il disegno di Renzi, che era e resta bipolarista, e quello di Letta, che si trova a difendere la piccola trincea della coalizione, seppure in formato mini. Infine il semestre europeo a guida italiana, che scade a fine 2014: ce n'è abbastanza per non spingere subito sull'acceleratore.

Tutto ciò non cancella l'assoluta novità di Renzi, il suo successo e tutto quel che esso si porta dietro, soprattutto in prospettiva futura. Forse i media stranieri, dal Wall Street Journal all'Economist, l'hanno capito in anticipo su certa informazione politica italiana, affezionata al vecchio cortile politico. Il sindaco di Firenze è il primo segretario (e aspirante premier) del centrosinistra che non viene dall'apparato, che non ha alcun conto in sospeso con l'eredita del vecchio Pci, che non ha contratto alleanze ed obblighi con il sindacato. Che ha un pedigree proprio e originale, e che si è imposto grazie a questo rifiutando alleanze e compromessi. Anche Rosy Bindi, Dario Franceschini, lo stesso Enrico Letta sono ex democristiani: ma tutti avevano fatto carriera con l'apparato ed i serbatoi elettorali messi a disposizione dagli eredi delle Botteghe Oscure.

Renzi promette di rompere la tradizione e di rovesciare il partito, come fece Tony Blair in Inghilterra. Ovviamente va messo alla prova. Se manterrà le premesse e le premesse, questo esempio non potrà che riflettersi sull'altro campo, il centrodestra, dove il vero torto di Silvio Berlusconi è stato di non aver creato i presupposti per una classe dirigente che gli succedesse, arroccandosi - lui che era stato un rinnovatore - in una sorta di ritorno al passato, a vent'anni fa. Senza tenere conto che in questo ventennio tutto è cambiato nel mondo, dall'economia ai rapporti sociali agli equilibri tra i paesi. Il piccolo tentativo di Angelino Alfano è bollato come tradimento dalla vecchia guardia berlusconiana (forse più che dal Cavaliere spesso), ma per ora è l'unica novità vera in quel campo politico, i moderati. Che, non dimentichiamo, restano strategici e probabilmente rimangono anche la maggioranza del Paese.  Dunque Renzi parla a una sinistra nuova, ma anche a un nuovo centrodestra.

Da questo punto di vista il suo insistere con il bipolarismo, qualsiasi legge elettorale venga fuori, è salutare per tutti, sinistra e destra. Dovrebbe capirlo Alfano, dovrebbe capirlo anche un premier giovane e non ancora logorato come Letta. Nel frattempo lo hanno capito i mercati, gli osservatori stranieri più avvertiti che sanno che con i compromessi al ribasso nessun paese è in grado di crescere e contare, e tanto meno l'Italia così in ritardo su molti fronti.  Per questo è un errore continuare a valutare quello di Renzi come un successo mediatico: ha vinto anche grazie alla sua capacità di bucare lo schermo, ma questa esisteva già un anno fa. Che cosa è accaduto in questi dodici mesi? Semplice: tutti, italiani e stranieri, hanno avuto la conferma che senza vere novità e vere rotture questo paese non andrà da nessuna parte. Peggio, resterà stritolato nella tenaglia dei rigurgiti demagogici da una parte e delle vecchie forze conservatrici dall'altra. Nessuna delle due cose produce riforme, ritorno alla crescita, impresa e benessere.