Un discorso troppo lungo per essere una semplice “verifica”, quello di Enrico Letta alla Camera dei deputati. La sua fiducia non è una formalità, una conferma, un sigillo su un’azione di governo che continua nel solco del già fatto e illustrato. La discontinuità tra l’ieri e l’oggi è plasticamente rappresentata dalla sua impostazione: in piedi, la voce ferma, i fogli che scorrono sulle sue mani per un’ora, lo sforzo di convincere sapendo che la parola vincere dall’altro ieri è stampata sul volto di Matteo Renzi. Non c’è routine in questo passaggio parlamentare, ma la sensazione netta di un turning point, di un punto di svolta. Verso dove? Questo non è ancora chiarissimo, ma il discorso di Letta offre una chiave di lettura fin dalla sua struttura tripartita: 1. la legge elettorale e le riforme istituzionali; 2. riforme economiche, crescita e occupazione; 3. rapporto con l’Europa. È una scrittura in tre atti attraversata dalla sottolineatura della “stabilità”, parola che apre le porte a un timore: che tutto questo non basti, che il patto per il 2014 sia un banco di prova quotidiano troppo arduo per una maggioranza che ha subito una mutazione anch’essa in tre stadi: larghe intese, ristrette intese e governo di centrosinistra. È questo l’esito e il nuovo inizio della storia del governo Letta e sempre tre sono i fatti che lo hanno guidato verso questo destino: l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza, la scissione e costituzione del Nuovo centrodestra, le primarie del Partito democratico stravinte da Matteo Renzi. Niente è più come prima e nell’ansia del dettaglio, della spiegazione, del già fatto, c’è la giusta preoccupazione di Letta di dare un senso di continuità che rafforzi l’avventura iniziata il 28 aprile scorso. Sono trascorsi otto mesi e quella data sembra lontanissima, la liturgia delle larghe intese è archiviata, il tentativo di definirle piccole ma solide è durato lo spazio della battaglia congressuale del Pd, la mutazione definitiva in governo a trazione democratica con motore renzista è avvenuta in una sera di dicembre.

Letta ha un programma per il 2014 e forse il 2015, un tempo più che sufficiente per fare tutto quello che ha elencato, ma forse a un certo punto quel calendario non sarà più utile per Renzi e la sua segreteria a quattro ruote motrici. Fatta la legge elettorale, le elezioni anticipate non sono più lontane ma il logico epilogo di una stagione dell’emergenza che ha condotto il presidente Napolitano a varare prima un governo tecnico (Mario Monti e la sua “strana maggioranza”) e poi un governo di larghe intese e illogiche pretese di sopravvivere a Berlusconi senza fare i conti con Berlusconi. Senza tutto questo retroterra, il discorso di Letta si sarebbe esaurito con la riforma elettorale, dando la natura di “governo di scopo” al suo esecutivo, senza allargarne la missione. Ma Letta non poteva permetterlo e Renzi non poteva permetterselo, almeno per ora. Così si va avanti e l’avventura della maggioranza sarà quella di una prova day by day, destinata a durare solo se il “cronoprogramma” che ha in mente Renzi trova una sua concreta realizzazione.

Il segretario del Pd è quello che dà le carte e detta i tempi del gioco. Gli altri inseguono il suo gioco, cercano di anticiparne le mosse. Renzi ha mostrato e applicato la sua idea di partito maggioritario e autonomo fin dalla scelta dei componenti della segreteria, nessun sinedrio di correnti, la war room è fatta di generali che rispondono solo ai suoi ordini. È un elemento di chiarezza che mancava al Pd e gli impediva di essere un partito “normale”. Lo stesso principio si riverbera sulla sua idea di sistema politico: salvare il bipolarismo, assicurare il principio di alternanza. Bipolarismo in Italia vuol dire molte cose e la cronaca politica è piena di coalizioni pasticciate, ma appare chiaro che in un simile disegno l’interlocutore di Renzi è ancora Berlusconi, mentre Grillo resta forza anti-sistema e gli altri partiti sono compagni di viaggio possibili, di volta in volta “aggregabili” a seconda del sistema elettorale. È in forza di questa idea che Renzi può muoversi con agilità. Gli altri partiti, Scelta Civica e Nuovo centrodestra, sono interlocutori di una maggioranza che Renzi non sente sua ma proverà a egemonizzare. Angelino Alfano, in particolare, deve trovare una missione compatibile con la natura del suo partito appena nato. Se sta destra, se è europeista ma non euroentusiasta, allora deve convincere Renzi a fare anche qualcosa di destra e a dare un segnale chiaro all’Unione europea germanizzata. E tutto questo Alfano potrà farlo solo convincendo il segretario del Pd a non mollarlo improvvisamente nella terra di mezzo del voto anticipato.

Renzi non teme le elezioni, sta lavorando per arrivarci con la rincorsa, meglio se con una legge elettorale nuova, ma non a costo di farsi logorare e perdere slancio. Ha misurato il consenso con le primarie, sente il vento a suo favore e può capitalizzare il vantaggio. La fiducia a Letta fa parte di questo disegno e il dialogo con Forza Italia non deve sorprendere più di tanto. Subirà gli stop and go che fanno parte dell’umore, delle intuizioni e dei disegni del Cavaliere, ma è chiaro che in questo percorso a tappe, Silvio e Matteo, si ritroveranno spesso ruota a ruota e qualche volta si passeranno la borraccia. E Letta? Guida un governo che è la somma delle debolezze di tutti, ma si ritrova improvvisamente a fare i conti con un leader forte. Nella prima Repubblica i segretari di partito si tenevano quasi sempre alla larga dagli incarichi di governo indicando la linea politica e il programma. Questa situazione con Renzi non durerà molto, il segretario punta a Palazzo Chigi. Ancora una volta, l’opera renziana è in tre atti: presa della segreteria del Pd, fiducia a Letta, ascesa a Palazzo Chigi. I primi due si sono già consumati, resta solo da vedere quanto durerà il terzo atto e chi sarà a prendere lo scettro nella scena finale.