In due mosse Matteo Renzi ha già movimentato e velocizzato il tran tran politico. La prima: il passaggio, fortemente voluto dal nuovo segretario del Pd, della riforma elettorale dal Senato alla Camera. La seconda: lo stop al finanziamento pubblico dei partiti, altro cavallo di battaglia di Renzi. In entrambi i casi la sensazione netta è che Enrico Letta si sia dovuto adeguare; nel secondo addirittura con un decreto del governo. Il trasferimento della legge elettorale a Montecitorio fa infuriare il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano ed i centristi di varia natura, ininfluenti in questo ramo del Parlamento. Alfano, Casini e colleghi temono inoltre che alla Camera il Pd "renzizzato" tratti direttamente con Forza Italia, con Grillo e con Sel su un sistema bipolarista che taglierebbe fuori le forze neocentriste. Resta il fatto che da aprile ad oggi, per non parlare dell'intero 2012, il Parlamento discute a vuoto di riforma elettorale senza aver concluso nulla.

Certo, una nuova legge per le elezioni come piace a Renzi, con il maggioritario e il doppio turno, imporrebbe anche una riforma istituzionale per la parte che riguarda i poteri del capo del governo, il cosiddetto "sindaco d'Italia". Ancora di più per il ridimensionamento del Senato ed il taglio del numero dei parlamentari, altre due promesse renziane che probabilmente sono più popolari della riforma elettorale; e questa parte resta a palazzo Madama. Dove appunto si verificherà la volontà e la capacità riformatrice di tutti, Alfano compreso. Detto questo, è indubbio che la conquista del Pd da parte di Renzi ha impresso alla politica italiana un cambio di passo. Letta dovrà abbandonare il cacciavite e magari provare a cimentarsi con qualche strumento più incisivo. La sinistra è chiamata ad abbandonare vecchi totem, a cominciare da quello sindacale. E appunto gli aspiranti rinnovatori del campo moderato dovranno anche loro darsi una scossa. Presto, perché diversamente il Rottamatore farà accordi con chi ha in questo momento i suoi stessi occasionali interessi (Grillo e Berlusconi, appunto), dopodiché rottamerà sia i compagni di strada sia le residue velleità centriste. Possibile che i moderati non riescano a produrre un loro Renzi?

Ma la partita del 2014 non si risolve solo in questo. L'economia e l'Europa restano le incognite più spinose. L'accordo sull'unione bancaria che si profila con la Germania può contenere una nuova trappola per l'Italia (ne riparleremo in previsione del summit europeo del 19 dicembre), e soprattutto non c'è accordo né vertice che tenga se l'Italia e il nostro governo continuano a balbettare intorno a decimali di Pil. Questo soprattutto chiedono a Renzi non solo i mercati, ma le forze economiche e del lavoro, le famiglie, le istituzioni: una svolta netta su mercato del lavoro, tasse, produttività, spesa pubblica, debito (che continua a crescere). Come hanno fatto tutti gli altri partner europei. Rinnovare la politica è importante, ma è un mezzo non il fine.