Spirito tedesco e fantasma italiano. E' la sintesi dell'accordo sull'Unione bancaria europea che arriva al traguardo in queste ore nel totale disinteresse del Parlamento. La vicenda ricorda quanto accadde alle Camere con l'adozione del Fiscal Compact. Nel 2012 fu approvato senza alcuna seria discussione e valutazione un trattato che metteva un cappio intorno alla nostra politica economica. E oggi? L'accordo è pronto per la firma dei capi di Stato, abbiamo appreso dal Wall Street Journal che il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni ha sostenuto un duro confronto con la Germania, ma la storia qui si ferma. Qual è l'obiettivo del governo? E in base a quali convenienze s'è mosso? Quelle dei contribuenti o delle banche? Quelle della Bce o degli elettori? Quelle del sistema nazionale delle imprese o dello Stato tassa e spendi? Qual è il livello di consapevolezza delle istituzioni sul tema? E i cittadini sono stati correttamente informati su quel che sta accadendo? E soprattutto, chi ha vinto la sfida? Sono tutte domande che restano in gran parte sospese. Quel che appare chiarissima è la posizione dominante della Germania sulla gestione delle crisi bancarie nell'eurozona: nessuna cessione senza ritorno della sovranità, attenzione all'uso dei soldi dei contribuenti tedeschi, non far finire tutto il sistema automaticamente sotto l'ombrello della Bce, tutela dell'autonomia del sistema del credito.

La strategia è quella dell'interesse nazionale, le banche regionali tedesche sono già state tenute fuori dalla supervigilanza, e ora la lente del governo Merkel e del ministro delle Finanze Wolfgang Schauble è puntata sul meccanismo di copertura dei rischi e il sistema di contribuzione: per Berlino anche il dogma del too big fo fail può essere messo in discussione se tocca le casse teutoniche. La bozza di accordo - che ora passa al vaglio del Consiglio dei capi di Stato - è il più importante trattato dell'Unione dopo quello che introdusse l'Euro. Non mi pare che in Italia sia stato discusso come merita. Ma tanto noi ce la caviamo sempre dicendo che siamo "europeisti" senza se e senza ma, che siamo pronti a contribuire hic et nunc all'Unione bancaria e non ci poniamo neppure il dubbio se tutto questo abbia un senso o no per il contribuente italiano. Gran parte dei cittadini ignora quanto ci sia costato finora partecipare alla gestione della crisi del debito sovrano. Quanto? Ce lo ricorda il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, in un discorso tenuto all'Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli il primo settembre scorso: "Fino a due anni fa l’Europa non disponeva di strumenti per la gestione delle crisi sovrane. I primi interventi di sostegno alla Grecia, e in misura minore all’Irlanda, sono stati effettuati per il tramite di prestiti bilaterali. Nel maggio del 2010 è stato costituito lo European Financial Stability Facility (EFSF), uno strumento temporaneo utilizzato anche per il Portogallo e operativo fino all’anno in corso, le cui emissioni obbligazionarie sono garantite dagli stati membri. Nel luglio del 2011 l’EFSF è stato affiancato dallo European Stability Mechanism (ESM), un meccanismo permanente per la gestione delle crisi istituito per trattato internazionale e dotato di capitale proprio; i prestiti dell’ESM alla Spagna sono stati utilizzati per aiuti al sistema bancario.

La capacità di prestito complessiva garantita da questi strumenti, inizialmente pari a 250 miliardi, è stata gradualmente accresciuta sino a raggiungere i 700 miliardi. I meccanismi di intervento, che all’avvio dell’EFSF erano limitati all’erogazione di prestiti nell’ambito dei piani di sostegno ai paesi in difficoltà, sono stati gradualmente ampliati fino ad includere, sulla base di un’appropriata condizionalità, interventi sul mercato primario e secondario dei titoli pubblici, l’apertura di linee di credito precauzionali, il finanziamento della ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie. Tra il 2010 e il 2012 i paesi europei, direttamente o attraverso l’EFSF e l’ESM, hanno erogato prestiti ai partner in difficoltà per circa 280 miliardi. Il nostro paese ha contribuito offrendo risorse per circa 43 miliardi, di cui 27 per i prestiti dell’EFSF, 10 per prestiti bilaterali e 6 per la costituzione del capitale dell’ESM; secondo le previsioni ufficiali il nostro contributo salirà a oltre 55 miliardi nell’anno in corso, a quasi 62 nel 2014". Questo sistema nato dall'emergenza e gestito in perenne "zona rossa" andrà in pensione (con calma, tra dieci anni) per essere sostituito da una vigilanza unica della Bce e un complicatissimo meccanismo di risoluzione la cui sola lettura basta a provocare il mal di testa. Attendiamo il testo finale. Registriamo nel frattempo che l'ex banchiere centrale Lorenzo Bini Smaghi oggi sul Financial Times solleva dubbi sull'efficacia delle regole, la qualità della supervisione, i tempi lunghissimi della transizione, i fondi insufficienti, le ambiguità palesi e mascherate del trattato. Meglio di niente? Può darsi e poi bisogna farsi realisti: la Germania fa benissimo il suo lavoro di difesa dell'interesse nazionale, mentre gli altri appaiono privi di leadership e cultura in grado di mettere sul tavolo delle trattative argomenti più forti e soluzioni più convincenti. E' lo spirito tedesco. Che si farà sentire quando le banche italiane saranno sottoposte allo stress test della Bce e dovranno contribuire (in varia misura) al fondo di risoluzione.

Sono piani diversi di intervento che hanno però un comune denominatore: l'influenza del dogma contabile di Berlino. Bankitalia ha deciso da tempo di rendersi il più autonoma possibile dalla politica e dall'instabilità istituzionale e dunque questo percorso targato Bruxelles - ma di motorizzazione tedesca - per via Nazionale è logico. Ma se per la nostra banca centrale il tema è quello di stare nel risiko di Francoforte, per il ministro dell'Economia dovrebbe esserci un obiettivo diverso da quello dei banchieri: Saccomanni ha un "mandato politico" di cui però le istituzioni e l'opinione pubblica non conoscono il punto d'arrivo. Il buco nero è ancora una volta il debito italiano e il suo impatto sul sistema bancario alla luce delle nuove regole. Quale sarà la valutazione del debito sovrano che alberga nei forzieri delle banche? Parliamo di circa 400 miliardi di euro, un problema che non si risolve tenendo i titoli in cassaforte in attesa del rimborso da parte dello Stato, perché il trattato sull'Unione bancaria comunque andrà nel senso di marcia di Berlino e del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, il quale sostiene che i titoli di Stato non possono essere esenti dal rischio e - vista la storia recente - la sua idea è difficilmente contestabile. Questo punto è ancora tutto da chiarire e pretendere una dichiarazione per cui i titoli dell'Eurozona sono privi di rischio default non è realistico. Sarebbe credibile dichiarare risk free la Grecia e il Portogallo? D'altronde, la Germania ha fatto del modello Cipro la sua bussola, per cui azionisti e obbligazionisti delle banche saranno chiamati - e vedremo in che misura - a partecipare ai salvataggi in caso di crisi.

Ha ragione il ministro Saccomanni a definire "storico" l'accordo, ma dovrebbe anche spiegare al Parlamento che cosa significa tutto questo per l'Italia e il suo sistema economico. Si annulla il differenziale competitivo tra Germania e Italia nel credito? No, perché Berlino ha tenuto il suo fortissimo sistema di banche regionali al riparo dalla supervigilanza e non c'è alcun motivo per i tedeschi di cambiare i loro sistemi di finanziamento - diretto e indiretto - dell'industria. L'economista Mario Seminerio sul suo blog (Phastidio) offre un esempio istruttivo sul tema: "L’Antitrust della Commissione europea minaccia di aprire una indagine sul caso degli sconti sui sovrapprezzi per finanziamento di energie rinnovabili che lo stato federale tedesco concede alle proprie grandi imprese energivore. L’ipotesi della Ue è quella di aiuti di stato, visto che le linee guida della Commissione al momento non ammettono simili sussidi/aiuti. Veemente la reazione davanti al Bundestag della neo-rieletta Cancelliera, ed anche i concetti utilizzati sono piuttosto interessanti: «Renderemo molto chiaro alla Commissione europea che la Germania desidera mantenere una forte base industriale. Renderemo chiaro che l’Europa non si rafforza quando l’occupazione in Germania è minacciata».

E' lo spirito tedesco. Quando Jeroen Dijsselbloem, il presidente olandese dell'eurogruppo, dice che "le banche da ora in poi saranno chiamate a rispondere delle loro perdite e dei loro rischi. Mi sembra un cambiamento molto salutare", allora il Parlamento della nazione con il terzo debito pubblico del mondo ha il dovere di controllare bene quali patti sta firmando il governo. Perché non succeda domani quello che accadde con la ratifica del Fiscal Compact. Il 19 luglio del 2012 alla Camera ci furono 368 voti favorevoli e 65 contrari. Nel Partito democratico non ci fu neppure un "no", nel Pdl i voti in dissenso furono 5 (e 43 astenuti), zero contrari nell'Udc. E' una lezione da tenere bene a mente per il futuro: quello che si vota a larghissima maggioranza oggi, diventa figlio di nessuno domani. E' il fantasma italiano.