Il primo messaggio del Napolitano II è l'ottavo di un'era presidenzialista che viene da lontano. "Conosco i limiti dei miei poteri e delle mie possibilità", ha ribadito il presidente della Repubblica. Limiti, poteri e possibilità non sono fissi come sognano i formalisti della Costituzione, ma cambiano a seconda del periodo storico, del contesto politico e della personalità dell'uomo chiamato a svolgere il ruolo di presidente. Come sarebbero stati questi otto anni con Sandro Pertini? O con Carlo Azeglio Ciampi? Cosa avrebbe detto - e fatto - oggi Francesco Cossiga? Come si sarebbero misurati con i problemi della contemporaneità autorevoli candidati nella corsa al Colle del recente passato? Massimo D'Alema, Franco Marini, Romano Prodi? Avrebbero usato il fioretto o la spada? Avrebbero sciolto le Camere con la crisi economica al galoppo? O provato a domare l'ingovernabilità? Di fronte alla stagnazione italiana avrebbero scelto una linea di low profile o l'interventismo?

Napolitano fu chiamato al bis alla presidenza della Repubblica da un Parlamento incapace di esprimere un candidato vincente. "Tutti sanno - anche se qualcuno finge di non ricordare - che il 20 aprile scorso, di fronte alla pressione esercitata su di me da diverse ed opposte forze politiche perché dessi la mia disponibilità a una rielezione a Presidente, sentii di non potermi sottrarre a un'ulteriore assunzione di responsabilità verso la Nazione in un momento di allarmante paralisi istituzionale", questo è un punto chiave del discorso del presidente, il capitolo iniziale della storia, ma i partiti hanno rimosso l'incipit e preferiscono raccontarla - e raccontarsela - procedendo per salti logici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la storia non sta in piedi perché anche nel più fantasioso dei plot i fatti reclamano la verità. Dopo aver bruciato Marini ai blocchi di partenza e trasformato Prodi in un icaro in volo dall'Africa, i leader che avevano usato il governo Monti come un taxi (ma senza pagare la corsa) andarono in ginocchio dal presidente uscente, pregandolo di restare al suo posto. Napolitano aveva già preparato il suo "dopo", la casa e i libri, rassicurato la famiglia, desiderava in cuor suo un domani diverso da quello che vive oggi. Accettò di caricarsi sulle spalle il peso di un progetto irrisolto, avviluppato nelle sue contraddizioni, l'Italia.

Il discorso di fine anno che Napolitano ha scelto di aprire con la lettura dei messaggi degli italiani, è uno scarto di forma e sostanza. "Questa sera non tornerò su analisi e considerazioni generali che ho prospettato più volte". In questo passaggio del presidente c'è un fatto altrettanto chiaro: il Parlamento sa qual è la situazione del Paese e quali sono gli atti da compiere per uscire dal quadro dell'emergenza e ritornare a un'agenda politica fatta di elezioni con risultati certi e alternanza di governo. In due anni si è passati dal governo tecnico alle larghe intese, poi ristrette a un esecutivo che è un centrosinistra ma non può ammetterlo perché non ha la forza di un'intesa nata dal voto. Imbarazza Renzi, gli stessi Letta e Alfano sono costretti a negare il mutamento del dna. È una soluzione debole e insufficiente per la dimensione della sfida italiana, ma resta ancora senza alternative credibili per l'assenza di una legge elettorale che rimetta lo scettro nelle mani del popolo.

Vale la pena di ricordare un passaggio di un altro intervento che oggi sembra lontanissimo, quello che Napolitano fece a Montecitorio il 22 aprile scorso, due giorni dopo la sua rielezione: "Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale nel 2005. (...) La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell'abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento. Ed è un fatto certo, non certo imprevedibile, che quella legge ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità, e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti". Il Parlamento quel giorno applaudiva.  Ma solo quel giorno. Poi sono arrivate le larghe intese, non tedesche ma con furbizie all'italiana; l'incapacità - a destra e a sinistra - di gestire il caso di Silvio Berlusconi in termini politici e non giudiziari, impedendo un "soft landing"  dell'ultimo ventennio italiano; il gioco del rinvio sine die delle riforme economiche e quello del cerino sulla legge elettorale; la sciagurata idea che l'Italia possa uscire dalla crisi senza cambiare le regole del gioco, sperando il terzo debito pubblico del mondo sia "too big to fail", troppo grande per fallire, e dunque dotato di una speciale immunità. Illusioni di cui la realtà farà strage. In mezzo a questo scenario si muove il Quirinale. Vent'anni fa il baricentro della politica cominciava a spostarsi in Europa e il "vincolo esterno" si preparava a diventare un problema interno. Era l'inizio di un'altra storia. E così anche la presidenza della Repubblica ha assunto un ruolo diverso da quello immaginato dai costituenti. Oggi è un centro di propulsione delle decisioni politiche e il vero problema non è il Quirinale, ma una Costituzione alla cui retorica non corrisponde più alcuna efficacia pratica.

Napolitano poteva fare di più? La politica non è il regno della perfezione, ma l'origine della crisi - e la sua soluzione - è nel parlamentarismo italiano che è collassato non nella presidenza della Repubblica che - grazie all'indefinitezza della Costituzione - si è sincronizzata in qualche maniera con il presente. E non a caso i tre leader di riferimento delle tre principali forze politiche oggi sono fuori dal Parlamento: Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Beppe Grillo. Montecitorio e Palazzo Madama hanno congegni arrugginiti dalla storia. E il trio si misura con quello che c'è là fuori: la crisi europea. Avrà subito un banco di prova nella campagna elettorale per le elezioni europee, là dove sono mancate le idee per cambiare la rotta del Vecchio Continente. Delicatissimo passaggio in cui si mischiano le frustrazioni della politica, con lo smarrimento dei cittadini che non vedono soluzioni alla crisi economica. Per l'Italia la via maestra per uscire da questa situazione di galleggiamento senza rotta è quella del voto nazionale.  I partiti, invece di invocarlo come un viaggio sulla luna, devono solo prepararlo. È interesse di tutti arrivarci in fretta, bene, con chi vince e chi perde, con l'elettore che non si senta espropriato del suo diritto di decidere chi lo rappresenta e chi governa. Non esiste una formula magica per arrivarci, ma è una missione possibile in breve tempo. È questo l'obiettivo di Napolitano che appare sì un "uomo solo" ma non isolato dal Paese. Lo dimostra il fallimento del boicottaggio del discorso di fine anno e soprattutto la prova di realismo data poco prima degli auguri agli italiani: "Resterò presidente fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e possibile, e fino a quando le forze me lo consentiranno. Fino ad allora e non un giorno di più; e dunque di certo solo per un tempo non lungo". Saranno altrettanto realisti i partiti?