Un amico mi ha detto: “Renzi sembra Lenin”. Ci ho riso sopra. Poi mi è venuto in mente l'episodio di Winston Churchill che tentò di impedire la presa del potere da parte dei bolscevichi in Russia. Finanziò i ribelli, mandò le truppe di Sua Maestà in Siberia, tramò con gli alleati. Ma l'Armata Rossa non si fece sorprendere e il prestigio e la popolarità della Russia presso la classe operaia inglese fecero il resto. La controrivoluzione fallì. La storia offre sempre ottime lezioni per l'oggi. Renzi non è Lenin e di Churchill in Italia non se ne vede l'ombra e poi uno così non servirebbe neppure perché la rivoluzione renziana è incompiuta: non ha ancora preso il Palazzo d'Inverno. Non ha lo scettro. Il potere non è del Soviet. È ancora nelle mani dello Zar Letta. La segreteria di Renzi ha innescato un periodo politico lungo, non ci sono dubbi. Una scissione nel Pd potrebbe indebolirlo, la creazione di una corrente ben strutturata e con un anti-caro-leader potrebbe frenarlo, ma Renzi ha dimostrato finora di essere il più berlusconiano degli anti-berlusconiani. “Mi rivolgo agli elettori” è la sua frase di fronte alle critiche e al “fuoco amico”. È una formula che dimostra la sua vocazione a rivolgersi direttamente ai suoi fan senza ricorrere al partito, un corpo intermedio che può rivelarsi una zavorra.
Come il governo Letta. La Parigi-Dakar del Salva-Roma, la surreale vicenda dei soldi dei prof da restituire ma anche no, il caos legislativo sulla tassazione immobiliare, sono picchi sismografici di una difficoltà crescente dell'esecutivo. Il rapporto tra i ministri e la maggioranza è diventato anarchico, la burocrazia ministeriale ha fagocitato il lavoro legislativo e i provvedimenti sono privi di indirizzo politico. Il lavoro di Dario Franceschini, il ministro che dovrebbe fare da ufficiale di collegamento tra il governo e i partiti, è diventato un oggetto misterioso, mentre è sempre più chiara la distanza siderale tra quel che dice e propone Renzi e quel che fa (e disfa) il governo. L'episodio più clamoroso è quello del ministro del Lavoro Enrico Giovannini che di fatto ha bocciato il Jobs Act, cioè il documento sul quale il segretario democratico punta per dare un segnale alle imprese e ai lavoratori. A questo punto però chi fa analisi politica si pone delle domande. Giovannini quale linea interpreta?  Quella di Letta? Quella del Quirinale? Quella di se stesso? Fa il tecnico di larghe intese in un governo di ristrette intese? Sono domande che non possono restare inevase perché Renzi ha la responsabilità di alimentare il governo con i voti del gruppo parlamentare democratico ma le risposte di Giovannini sono un problema politico, danno forza alla tattica di chi nella stessa maggioranza ha interesse a frenare il segretario del Pd. Bastava leggere le dichiarazioni di Renato Schifani, capogruppo del Nuovo centrodestra, sul tema del lavoro: “Il Jobs Act? Un libro dei sogni”. Giovannini è un ministro del partito di Alfano? Fa squadra o balla da solo?
L'altro punto sul quale serve un chiarimento riguarda un altro profilo tecnico, quello di Fabrizio Saccomanni. Il ministro dell'Economia è un esperto, ha l'imprinting di Bankitalia, ma le ultime vicende dimostrano in abbondanza che si tratta di un limite e non di un pregio. Provenire dall'alta burocrazia o dal piccolo establishment non è sinonimo di autonomia, ma di lontananza dalla realtà e dalla macchina politica. Forse nel governo di larghe intese la sua presenza poteva perfino avere un senso, ma in questo esecutivo a trazione democratica Saccomanni è un altro problema che mina la capacità di Renzi di dare risposte rapide. Non a caso, stamattina durante Mix24, il braccio destro di Renzi, Dario Nardella, a una mia domanda ha risposto così: “Penso che il ministero dell'Economia debba essere guidato da un politico, come regola generale perché abbiamo visto che l'esperienza dei tecnici non ha funzionato bene”. Non mi pare un'attestazione di fiducia.
In realtà il leader del Pd sta vedendo formarsi davanti ai suoi occhi una tempesta perfetta. Non vuole che si parli di “rimpasto”, ma si rende perfettamente conto che non può avere al governo ministri che o remano contro o sono politicamente irresponsabili. Non può chiedere il voto perché non vuole passare per quello che ha mandato a casa Enrico Letta, ma ogni giorno in più di un governo così indeciso a tutto è un voto in più a un Berlusconi deciso a fare opposizione dura. Non vuole dar l'impressione di esser già imbrigliato, ma sa che ogni riforma annunciata al galoppo rischia di finire spompata alla prima curva.
Ecco perché l'idea di una squadra di governo più omogenea alla linea della segreteria non è un'eresia, ma ha un solido fondamento politico dimostrato dalle reazioni sfilacciate che vengono dall'esecutivo alla proposta sul lavoro. Ecco perché non penso sia una strategia vincente quella di tenere la distanza da Palazzo Chigi, avere le mani quasi-libere, e pensare che ogni incertezza, gaffe, errore grossolano del governo, possa scaricarsi nella terra di nessuno. Il governo è sostenuto dal Pd, dal Nuovo centrodestra e da Scelta civica. E non è un governo tecnico come lo fu quello di Monti, non è un taxi sul quale si sale senza pagare il biglietto, è un governo tanto politico da essere percepito dai cittadini come un centrosinistra a guida democratica. Renzi in queste condizioni non deve solo scrivere l'agenda, ma anche farla attuare e se il buongiorno si vede dal mattino riservato al suo Jobs Act, senza una sua squadra nella stanza dei bottoni incontrerà un mare di problemi. Renzi insegue un percorso di arrivo a Palazzo Chigi attraverso il voto. Perfetto. Ma la politica non è il regno della perfezione e due più due quasi mai fa quattro. Ha avuto la pazienza e la tenacia di aspettare, ha stravinto le primarie, fa bene a puntare a Palazzo Chigi, ma se non trova una soluzione ora e subito al caos governativo corre un rischio enorme. Lui fa le proposte, tira calci, dal del “chi?” a mezzo mondo, mentre il governo bofonchia, la tira per le lunghe, conclude il minimo sindacale per tirare a campare e Lenin-Renzi rischia di esser giudicato per quello che ha fatto e non ha fatto lo Zar-Letta. Può davvero permettersi di restare fuori dal Palazzo d'Inverno?