Mentre tutti i riflettori della politica sono puntati sui rapporti Matteo Renzi-Enrico Letta, sui summit prima smentiti poi effettuati (stamani) tra segretario e premier, noi andiamo oggi controcorrente e gettiamo un'occhiata su quel che succede dall'altra parte, il centrodestra. Lo facciamo ovviamente sulla base di informazioni che vanno al di là della facciata. Da molto tempo, tra i problemi giudiziari di Silvio Berlusconi e l'ancora incerta avventura del partito di Angelino Alfano, questa area politica e soprattutto l'elettorato che essa rappresenta è priva di vere iniziative. Né la deflagrazione del centro (cattolici dell'Udc contro Mario Monti che a sua volta abbandona Scelta civica, la sua ex creatura) può certo migliorare la situazione. Al punto che l'unica e più appariscente novità, a livello di governo, è proprio la tentazione di Monti di riproporsi quale ministro dell'Economia, al posto del traballante Fabrizio Saccomanni. Con tutto il rispetto per il Professore, crediamo che il tentativo, se esiste, non andrà a buon fine, dal momento che per il governo vale la regola del barattolo: se ne togli uno crolla tutta la piramide. Né l'ex numero due di Bankitalia pare abbia alcuna voglia di ritirarsi, forte ancora dell'appoggio del Quirinale. Quanto ad Alfano, la sensazione è che giochi di rimessa su terreni al di fuori del campo principale, che era e resta quello dell'economia: esempi, i matrimoni gay e la liberalizzazione della cannabis. Questioni importanti, sì, ma non certo paragonabili al ruolo di "sentinelle antitasse" che Alfano si era autoattribuito, e del quale ci sarebbe un reale bisogno. Renzi, che è molto più furbo di quel che si pensi, lo sa e un po' gioca a trascinare gli alfaniani su questo terreno, isolandoli. Poi ci sono le perenni manovre di Forza Italia, dove il Cavaliere sta lottando con i falchi per imporre al vertice Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto e Tg4. Toti è descritto come un dialogante moderato, e per questo sarebbe assai gradito anche ad Alfano, con il quale è in ottimi rapporti. La sua scelta verrebbe quindi letta come volontà di riavvicinamento tra FI e Ncd. D'altra parte se Berlusconi intende recuperare, sul piano personale, Alfano, non ha bisogno di Toti: basta una telefonata. La questione è dunque strettamente politica, cioè affidare la guida operativa di Forza Italia a un uomo del dialogo anziché a rapaci e pitonesse. Ma c'è un altro dato, più pratico. In vista delle amministrative di primavera che riguarderanno oltre 4 mila comuni, tra i quali città come Firenze, Bari, Padova, Perugia, i responsabili locali di Forza Italia e del Nuovo centrodestra stanno quasi ovunque lavorando ad alleanze comuni. Può essere un modo per limitare i danni, certo. Ma è più probabile che si tratti di una prima e concreta indicazione politica: l'ascesa di Renzi sta monopolizzando la scena, esercitando appeal anche sui moderati. Questa operazione di riavvicinamento ha comunque due limiti. Il primo: Forza Italia ha finora esercitato un pressing per andare alle elezioni anticipate, cercando una sponda in Renzi (che però si è sottratto). Al contrario Alfano non può permettersi di sfidare le urne, dalle quali uscirebbe ridimensionato, se non marginale. Un anno di tempo è il minimo del quale il suo tentativo ha bisogno per tentare un radicamento nell'opinione pubblica e nel territorio. Il secondo limite è costituito dall'oggetto del riavvicinamento. Un semplice ritorno a casa di Alfano sarebbe una sconfitta per lui, ma anche per Berlusconi: si dimostrerebbe che né l'ex leader del Pdl, né il suo ex delfino, sono in grado di lanciare un centrodestra nuovo. Un nuovo prodotto politico, anche nei contenuti. Un'operazione, appunto, essenzialmente difensiva. che riporterebbe le lancette dell'orologio indietro di un anno, ma lascerebbe irrisolti tutti i problemi di linea e di ricambio di classe dirigente che esistevano allora, ed esistono ancora oggi.