La ripresa. Mito del 2014, anno di partenza di un’altra guerra economica globale. Quella che chiude la recessione del 2008 e apre un’era di crescita a macchia di leopardo, spietata competizione tra le nazioni, battaglia monetaria. Gli eserciti si stanno schierando. E noi dove siamo? Ah, saperlo. La grande Germania va, ma corre meno di quanto ci si aspettasse. La crescita nell’ultimo trimestre del 2013 s’è fermata a quota 0,4 per cento, meno delle attese degli analisti, troppo poco per poter affermare con certezza che il 2014 sarà un anno di robusta ripresa. Il dato, inoltre, rivela una verità rovesciata rispetto a quel che circola nel dibattito pubblico: la crescita è stata sostenuta soprattutto dalla domanda interna e non dall’export. Sono elementi di uno scenario che sta cambiando rapidamente, preludio di un’altra furiosa battaglia sulla politica monetaria. Mario Draghi qualche giorno fa aveva lanciato l’avviso ai naviganti: “È troppo presto per cantare vittoria e dire che la crisi è finita”. Il presidente della Bce governa l’euro e conosce speranze, timori e visioni dei tedeschi. Mentre l’Italia si lambicca sulla sopravvivenza o no del governo, là fuori succedono cose molto interessanti. L’altro ieri di fronte al Parlamento europeo si è presentata la vice presidente della Bundesbank, Sabine Lautenschlaeger, designata dalla Germania a sostituire nel board della Bce Joerg Asmussen, diventato vice ministro del Lavoro nel nuovo governo Merkel. Ecco cosa ha detto: “È opportuno che la Bce rialzi il prima possibile il costo del denaro e che i titoli di Stato smettano di essere considerati privi di rischio dalle autorità europee”. È il discorso di un “falco”, coincidente con la visione del presidente della “Buba”, Jens Weidmann, l’uomo che cita il Faust di Goethe per dire che la creazione di (troppa) moneta è “opera del diavolo”.

Abramo Lincoln diceva che “il governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta e il credito necessario per soddisfare il potere di vendita del governo e il potere d’acquisto dei cittadini consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solo la suprema prerogativa del governo, ma è anche la sua più grande opportunità creativa. Con l’adozione di questi princìpi, ai contribuenti saranno risparmiate enormi quantità di interessi. Il denaro cesserà di essere il padrone e diventerà il servitore dell’Umanità”. È una sovranità che gli Stati Uniti hanno custodito ma che le nazioni dell’eurozona hanno ceduto alla Bce e dunque tutto quello che accade a Francoforte dovrebbe interessare da vicino i governanti. Non i nostri. L’agenda politica ruota intorno alla legge elettorale e al rimpasto, ma in pochi si chiedono se quello in carica sia un governo capace di affrontare le sfide che propone la contemporaneità. La chiusura del 2013 con il pasticcio del Salva Roma e l’apertura del 2014 con il rompicapo della tassazione immobiliare e le imbarazzanti vicende di alcuni ministri, sono l’immagine e la sostanza di un esecutivo in grande difficoltà. Quando Matteo Renzi afferma che “il primo ministro è il capo del governo. Se si logora, si logora per le cose che fa o che non fa” ha ragione, ma deve anche chiedersi se per il Paese e per la sua storia politica in fieri se è davvero il caso di andare avanti con questo governo o uscire subito dall’equivoco delle ristrette intese per ridare lo scettro al popolo. È un’opzione che non si può più trattare come un’eresia. E il ruvido scambio di battute avvenuto stamattina tra Renzi e Angelino Alfano dovrebbe far riflettere tutti. Un governo che cammina in mezzo a un percorso di veti contrapposti non va lontano. Può strisciare sul terreno a testa bassa per evitare di essere colpito, ma tutto intorno fischiano i proiettili della guerra economica globale. È questo il frutto del chiarimento politico in corso nella maggioranza? Qualcuno dirà che comunque il governo sta in piedi o deve sopravvivere per forza a se stesso, ma il prezzo da pagare a questa incertezza, in assenza di un chiarimento sincero tra i leader, tra un anno sarà altissimo.

I vantaggi derivanti dalla diminuzione dello spread rischiano di essere solo virtuali, annullati dall’aumento del debito pubblico e dagli effetti della deflazione. La caduta dei prezzi negli Stati Uniti e in Europa può avere effetti devastanti sull’economia reale. Un primo segnale si è avuto con il report sui posti di lavoro creati negli Stati Uniti in ottobre: solo 74 mila contro i 197 mila previsti dagli analisti, il dato peggiore dall’ottobre del 2011. L’economia americana cresce, ma per ora non crea occupazione a sufficienza. Ancor più allarmante è il dato sulla popolazione attiva, sceso sotto il 63 per cento, ai livelli del 1978! E il paradosso è che la disoccupazione è scesa dal 7 al 6.7 per cento. I prossimi dati potrebbero rivelare che in parte la brusca frenata è dovuta all’inverno rigido che ha colpito gli Stati Uniti (questa è l’opinione di alcuni analisti) ma anche al netto dell’impatto del fattore climatico, il distacco tra la previsione e il dato reale è molto ampio. È uno scenario che rischia l’avvitamento e minaccia la crescita globale più di quanto appaia a una prima lettura dei report sul 2014 che varie istituzioni stanno pubblicando in questi giorni. La Banca mondiale, per esempio, sostiene che ci sarà una svolta nell’economia globale (+ 3,2 per cento), ma mette in guardia sulla crescita dei Paesi emergenti (prevista al 5,3 per cento) che rischia di scivolare a causa di un cambio repentino della politica monetaria delle banche centrali. I fari sono tutti puntati sulle decisioni che prenderà la Federal Reserve nei prossimi mesi. E il Vecchio Continente? L’Eurozona uscirà dalla recessione ma in molti casi il reddito pro-capite diminuirà. Dati sommari che indicano la bontà della prudenza di Draghi.

E poi c’è il fiuto di chi sta sul mercato e spesso ha previsto la caduta. Marc Faber, autore del Gloom Boom Doom report, intervistato ieri da Bloomberg tv ha messo sotto accusa la politica della Fed e dichiarato senza mezzi termini che siamo nel bel mezzo di una “gigantesca bolla finanziaria”. Camminiamo su una corda sospesa nel vuoto. E l’Europa rischia, ancora una volta, di esser travolta dalla scarsa consapevolezza della sua governance politica e da uno shock esterno sottovalutato. La crisi è iniziata così anche nel 2008: nacque nella finanza americana, si propagò rapidamente al sistema bancario europeo, poi divenne crisi del debito sovrano e recessione. Ne stiamo uscendo dopo cinque anni di errori e austerità a tappe forzate. Siamo più poveri e con prospettive di recupero lunghe e incerte. Quale sarà la linea della Germania di fronte a questi rischi che corrono come un fiume carsico pronto a emergere in superficie? Ci sarà un rialzo dei tassi come auspicano a Berlino? I titoli di Stato che sono in gran parte detenuti dalle banche continueranno a essere trattati come un portafoglio free risk? Non mi sembrano dilemmi letterari, esercizi intellettuali per tenere sveglia la mente, ma la realtà quotidiana dell’Italia, un Paese il cui debito pubblico a novembre ha toccato quota 2104 miliardi di euro e una crescita debolissima, (forse) vicina all’uno per cento. Di tutto questo il Parlamento non sembra preoccuparsi troppo, a meno che non si vogliano prendere per buoni gli slogan che promettono “il superamento del tetto del tre per cento” o “la revisione del fiscal compact” ma dimenticando di dire al cittadino-contribuente come convinceremo la granitica alleanza dei Paesi del Nord guidata da Berlino a cedere all’ammorbidimento delle regole di bilancio desiderata dal Club Med di cui l’Italia fa parte. Tutto questo senza che vi sia il barlume di una riforma fiscale. Il governo Letta è in grado di svolgere questo compito? Il nostro “vincolo esterno” è troppo rigido per essere cambiato da un esecutivo che entra in fibrillazione perfino quando vara semplici decreti che dovrebbero coprire l’emergenza e invece sono diventati la “legislazione motorizzata” senza la quale la macchina del governo sarebbe ferma al garage. Il rigore di bilancio e la nostra appartenenza al club dell’euro dovrebbero consigliare al Parlamento di mettere in agenda al primo posto una riforma fiscale e un taglio urgente delle tasse per provare a emulare con altri mezzi gli effetti di una svalutazione competitiva della moneta, ma trent’anni di storia tributaria dimostrano che la politica del tappa-buchi ha sempre vinto a tavolino. L’importante è tassare, qualcosa nelle casse dello Stato arriverà sempre.

Lo Stato va dove ci sono i soldi e gli ultimi dati sul risparmio testimoniano una situazione paradossale. Gli italiani risparmiano di più e questo non è per niente un buon segno. Parla l’Istat: “La propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari al 9,8%, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 1,1 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2012”. Non occorre avere in testa sempre accesa la lampadina di Archimede per capirne le ragioni. Le famiglie stanno mettendo da parte quel che possono per far fronte a imprevisti futuri. Tasse, diminuzione dei fatturati o perdita del lavoro. L’economista Mario Seminerio, in un’analisi molto ben argomentata sul suo blog (www.phastidio.net) ha sintetizzato questo fenomeno con efficacia: “Un popolo spaventato e da tosare”. La mia passione per i miti americani mi fa tornare in mente la straordinaria figura di Willie Sutton, il più famoso rapinatore di banche d’America, la cui vita è magistralmente romanzata dal premio Pulitzer J.R. Moehringer in “Primo giorno”. Una volta chiesero a Sutton: “Perché rapina le banche?”. Risposta a bruciapelo: “Perché lì ci sono i soldi”.