Il duello Matteo Renzi-Enrico Letta sale di livello riportandoci a certe situazioni da prima repubblica: quando un nuovo segretario Dc si poneva come primo obiettivo di minare un esecutivo presieduto da un altro democristiano, definendolo "governo amico". Un termine tutt'altro che amichevole che stava a segnalare la presa di distanze e la superiorità del partito. O, se vogliamo andare meno indietro nel tempo, a quando Massimo D'Alema dette lo sfratto da palazzo Chigi a Romano Prodi. Questa situazione era prevista, al punto che alcuni ipotizzavano una scissione nel Pd dopo l'elezione alla segreteria del sindaco di Firenze. Ma per quanto ne sappiamo difficilmente si arriverà a tanto. Renzi ha in programma un cambiamento di logo e forse di nome del Partito democratico, per accentuare il senso della svolta; ma non crediamo che la minoranza interna andrà a formare un ennesimo partitino: è più probabile che si organizzi come una corrente strutturata, forte del sostegno non solo della vecchia guardia ma di bacini elettorali come la Cgil (e infatti Renzi sta avendo un giro di valzer con la Fiom, tradizionale avversaria di Susanna Camusso). Il problema è fino a che punto il nuovo segretario tirerà la corda con il governo Letta, dopo averne segnalato "dieci mesi di fallimenti". È evidente che l'azione dell'esecutivo è stata tutt'altro che entusiasmante, ma è difficile darne ogni colpa al presidente del Consiglio, costretto a giocare in difesa su tutti i fronti, da quello interno, al partito, all'Europa. Fino al caso De Girolamo, che poteva e potrebbe diventare la buccia di banana se non fosse che proprio il Pd, che ha chiesto il chiarimento in Parlamento, ha stamani quasi disertato, con la mente altrove, l'aula della Camera. Per rispondere alla domanda che abbiamo appena posto - fino a che punto Renzi tirerà la corda - è bene tenere presenti le motivazioni con le quali la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la legge elettorale in vigore, il Porcellum. I paletti della Consulta sono due: che si fissi una quota sufficientemente rappresentativa, cioè alta, per ottenere il premio di maggioranza, e che si eliminino o si riducano al minimo le liste bloccate, ripristinando le preferenze. Questo nel caso di nuova legge elettorale. Diversamente si può anche tornare alle urne, ma in pratica con il proporzionale puro, con le preferenze e senza alcun premio maggioritario. È da questa strettoia che Renzi deve passare, e con lui l'interlocutore che il segretario ha scelto a dispetto degli antiberlusconiani duri e puri: il vecchio leader di Forza Italia, il Cavaliere. Del quale, dunque, si assiste al secondo ritorno alla ribalta politica (il primo furono le larghe intese), in attesa che si compia il suo destino giudiziario. Renzi e Berlusconi sono in un certo senso condannati a dialogare e accordarsi, ovviamente con maggior vantaggio per il secondo. Ma l'accordo che possono trovare è appunto condizionato dalla sentenza della Corte. Il ridimensionamento del maggioritario può prefigurare un Parlamento futuro nel quale nessuna delle forze maggiori - Pd e Forza Italia - sia in grado di governare da solo. Mentre l'abolizione delle liste bloccate toglie ai leader il potere di nomina e il controllo sui parlamentari. Il risultato è contraddittorio: Rottamatore e Cavaliere dominano in questi giorni la scena della trattativa, ma il risultato dell'accordo è destinato a danneggiarli entrambi. A meno che non tirino fuori dal cilindro qualche soluzione, che finora non si vede, nella quale la politica italiana è specialista. Per questo Renzi ha ingaggiato come proprio luogotenente un esperto esterno di meccanismo elettorali come Roberto D'Alimonte, docente alla Luiss ed editorialista del Sole 24 Ore. Mentre Berlusconi si affida a Denis Verdini, il più scafato dei propri collaboratori, un uomo della vecchia guardia. Più si tira alle lunghe la trattativa sulle regole del voto, più probabilità hanno Letta ed i suoi alleati, a cominciare dal Nuovo centrodestra, di restare al governo. Ma neppure loro possono puntare sui ritardi, dal momento che Giorgio Napolitano ha detto chiaro e tondo che la sua protezione all'esecutivo e la sua stessa permanenza al Quirinale è subordinata all'approvazione della legge elettorale. Il minimalismo di Letta può far guadagnare tempo, non certo servire all'interesse di un'Italia che oggi è sospesa in un limbo, tra riforme non fatte e attesa dei mercati. Peggio ancora, quando l'Europa sarà definitivamente fuori dalla recessione, l'economia italiana rischia di restare stritolata dalla concorrenza di chi le riforme le ha invece fatte, dal lavoro alla spesa pubblica. Anche il recente programma annunciato da Francois Hollande, al di là delle pruderie private intorno al titolare dell'Eliseo, annunciano un avvicinamento della Francia alle tradizionali posizioni tedesche. Strada intrapresa da tempo dalla Spagna. Dunque se l'Italia non si dà una scossa presto tornerà al punto di partenza come se la crisi fosse passata invano, con la sola protezione della Bce, destinata anch'essa a ridursi. Questa è la vera posta in gioco per Renzi, per il suo "nuovo" Pd e per il Paese. La legge elettorale può attirare le attenzioni di un momento, ma resta un mezzo non certo un fine. L'agenda renziana, come quella di tutti gli altri capi politici, deve al più presto arricchirsi di altri capitoli.