Con la nuova legge elettorale frutto dell’accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi un partito o una coalizione che raggiunga il 35 per cento dei voti ottiene un premio di maggioranza del 18: vale a dire che per ogni 10 deputati regolarmente eletti ne prende oltre 5 di bonus. Domanda: un premio simile è coerente con quanto prescritto dalla Corte costituzione nel momento in cui ha dichiarato illegittima la legge precedente, il Porcellum, in fatto di rapporto tra voti espressi e seggi ottenuti? Certo, in quel caso la Consulta lamentò l’assenza di una soglia minima per ottenere il bonus che valeva 340 deputati, poco meno del 55 per cento del totale dell’assemblea di Montecitorio. Qui la soglia c’è, ma il 35 più 18 fa 53: se non è un porcello è un porcellino. Non solo. Con l’aria che tira in politica, e che tirerà ancora a lungo, in caso di alta astensione il 35 per cento utile a far scattare il premio corrisponde ad un quinto del corpo elettorale.

Se votasse l’80 per cento di chi ne ha diritto, quel 35 scenderebbe al 28. Se votasse il 70 per cento, scenderebbe al 24,5. Un’astensione così elevata la si è vista alle Politiche del febbraio 2013, ed è fisiologica in quasi tutti i paesi avanzati: in quel caso non per protesta o disaffezione, come sta accadendo in Italia, ma perché all’estero la politica è meno pervasiva della società, e perché generalmente si vota durante la settimana e per meno ore. Dunque ci sembra che continui ad esistere quel problema di “sovra-rappresentazione”, di “grave alterazione della rappresentanza democratica”, e di “meccanismo premiale irragionevole” che la Corte aveva individuato nella mancanza, nel Porcellum, della soglia minima per ottenere il premio.

All’estero questa distorsione non c’è: non in Germania, dove pure la governabilità è l’obiettivo delle elezioni, non in Francia, dove esiste il doppio turno, non negli Usa, dove solo una volta ha fatto notizia che il presidente non venisse eletto dalla maggioranza dei voti popolari (e comunque lì c’è il contropotere rappresentato dal voto per il Congresso). E neppure in Gran Bretagna, il paese con il sistema più maggioritario che esista, dove le alte soglie di sbarramento e lo stretto rapporto tra parlamentari e collegi impediscono di fatto governi non rappresentativi del corpo elettorale e della società. Perché il punto è proprio questo: chi si trovasse a governare nella situazione che abbiamo detto, e che rispecchia le ultime elezioni, cioè con un quarto dei consensi del corpo elettorale, si troverebbe contro non solo la minoranza del Parlamento, ma quella della società con i suoi blocchi organizzati. Il sindacato innanzi tutto, se toccasse al centrodestra. La cosiddetta “maggioranza silenziosa” non abituata a scendere in piazza, se vincesse la sinistra.

È davvero questo che vogliamo? Forse per ovviare in corsa a questo problema, forse per accontentare i moderati del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, il meccanismo è stato modificato con l’introduzione del doppio turno se nessuno dei partiti o coalizioni raggiungesse il 35 per cento. Dunque abbiamo due sistemi elettorali, uno con il super-premio, l’altro con il doppio turno. Non si poteva andare subito su quest’ultimo, tipico della Francia e da noi dell’elezione dei sindaci? Si sa perché Pd e Forza Italia non lo volevano: il primo perché sarebbe stato costretto, nel ballottaggio, ad andare a chiedere i voti degli altri, soprattutto alla sua sinistra; Forza Italia perché teme la maggior capacità di mobilitazione degli avversari nell’eventuale turno due. Ma in questo modo si ricade nel vizio di sempre: cucire la riforma elettorale su misura di chi la fa.

Il 35 per cento è infatti il traguardo massimo assegnato oggi dai sondaggi al Pd ed a FI. O se preferiamo, al centrosinistra ed al centrodestra. Se ci aggiungiamo la mancata reintroduzione del diritto di preferenza, surrogato da listini locali che sostituiscono i listoni bloccati, ecco che l’abito su misura si arricchisce di nuovi dettagli sartoriali. Diamo comunque credito di buona fede a Renzi ed ai suoi interlocutori. Soprattutto se realizzeranno davvero, oltre alla riforma elettorale, quella costituzionale, con l’abolizione del Senato elettivo e del bicameralismo perfetto, ridimensionando il titolo V della Costituzione che assegna alle regioni diritti in contrasto con lo Stato, senza obblighi né responsabilità, con i tagli alle indennità di consiglieri regionali e senatori, e l’abolizione dei rimborsi elettorali. Forse però sarebbe stato meglio cominciare da qui, dalla forma di governo (per esempio attribuendo al presidente del Consiglio i poteri tipici del premier o del cancelliere tedesco), e poi modellando la legge elettorale su un nuovo ed efficiente tipo di esecutivo, non sui partiti. Si è fatto come al solito il contrario. Speriamo che - sempre come al solito - non sia un boomerang.