Il 31 marzo 1953 il governo guidato allora da Alcide De Gasperi presentò al Parlamento una legge che assegnava un premio del 65 per cento dei seggi alla Camera al partito o al gruppo di partiti collegati che avessero ottenuto il 50 per cento più uno dei voti validi. Come è noto quel provvedimento fu soprannominato “legge truffa”, e benché approvato con i soli voti della maggioranza di allora (Dc, Psdi, Pli, Pri, Sudtiroler Volkspartei e Partito sardo d’azione), non ebbe effetti pratici: la coalizione centrista ottenne il 49,8 per cento dei voti, mancando il premio per 54 mila schede. Una notevolissima maggioranza relativa - l’opposizione era tra l’altro divisa tra comunisti e socialisti da una parte, Msi e monarchici dall’altra - che però subì un clamoroso effetto boomerang, indebolendosi. Tra le forze moderate coalizzate la Dc perse infatti l’8,4 per cento rispetto alle elezioni precedenti, mentre gli alleati lasciarono sul campo quasi un punto a testa. Al contrario, comunisti e socialisti guadagnarono 35 seggi, missini e monarchici ben 49. Decisiva fu la costituzione di una forza laica ostile alla legge, che ottenendo l’uno per cento dei voti centrò l’obiettivo di non far scattare il premio per Dc e alleati. Erano altri tempi (e altri statisti, basta pensare a De Gasperi), la gente si appassionava e andava in massa a votare, e l’Italia, avendo aderito al Patto atlantico, si era collocata nel blocco occidentale relegando per molti decenni la sinistra all’opposizione. Tuttavia il calcolo politico di De Gasperi fu incauto e lo statista trentino ne avrebbe da lì a poco subito personalmente le conseguenze. Il precedente della legge truffa è stato evocato spesso, e molte volte a sproposito, ogni volta che si è cercato di dare al Paese un sistema elettorale che garantisse la governabilità. Una prima volta quando il referendum del 1991 abrogò il proporzionale puro; una seconda quando fu varato il Porcellum (premio di maggioranza di 340 deputati senza soglia di partito o di coalizione); e di nuovo oggi dopo l’accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

Come abbiamo già scritto, il rischio della legge di cui si discute è che si ripeta la distorsione già presente nel Porcellum: che si dia un premio sproporzionato rispetto ai voti ottenuti e quindi alla loro rappresentanza politica e sociale. Rischio acuito in maniera abnorme dalla presenza sulla scena del movimento di Beppe Grillo, nonché dalla nascita e rinascita di formazioni di estrema destra ed estrema sinistra che si pongono esplicitamente come forze antisistema e “contrarie all’imbroglio”. Finora questi movimenti avevano trovato nell’euro il loro bersaglio principale. Adesso se ne vedono servito un altro, su un piatto d’argento: la legge elettorale, appunto. Sotto questo aspetto quel lontano precedente di 61 anni fa può essere istruttivo. Non solo. Il Porcellum, voluto da Berlusconi nel 2005 e approntato dal ministro leghista Roberto Calderoli, ha smantellato il precedente sistema di collegi maggioritari a favore di un sistema proporzionale con premio senza soglia, e con liste bloccate. Ebbene, i risultati sono sempre stati deludenti prima per il centrodestra (sconfitto alle elezioni del 2006) poi per il centrosinistra (sconfitto nel 2008 dopo il crollo dell’Unione prodiana), e neppure ha portato bene al centrodestra, che dal 2008 al 2011 ha subito una sfilza di scissioni. Finché la Corte costituzionale lo ha dichiarato illegittimo contestando sia la mancanza di un tetto per accedere al premio di maggioranza, sia l’impossibilità degli elettori a scegliersi i candidati. Nella legge Renzi-Berlusconi (con l’aggiunta di Angelino Alfano) il tetto c’è, ma è molto basso (35 per cento) rispetto al premio (18 per cento). E non ci sono le preferenze. Si sa che i costituzionalisti e la stessa Corte sono divisa nell’analisi di questo nuovo sistema, e che il Capo dello Stato sta adoperandosi per limarne gli aspetti più a rischio. Difatti si è introdotto in corsa il paracadute: il ballottaggio. Ovvero il doppio turno nel caso un partito, o una coalizione, non raggiunga neppure il fatidico 35 per cento. Ma in questo modo quella che poteva essere una scelta chiara e consapevole di una riforma elettorale - doppio turno con ballottaggio, appunto, come in Francia e come per i sindaci in Italia - si è trasformato in una pezza, che come tutte le pezze è peggiore dello strappo. Per alcuni indica infatti che i due artefici della legge, Renzi e il Cavaliere, più che al governo del Paese mirano al controllo dei rispettivi campi, sensazione acuita dalla mancanza delle preferenze, che resta anche se ai listoni bloccati si sono sostituiti dei listini “riconoscibili”. Ma il controllo è a sua volta destinato a consegnarsi alla logica delle coalizioni, che premia le forze minori e relativi ricatti. Contro questo sistema a due teste si sta poi già scatenando Beppe Grillo, che si vede spalancata la strada per risalire nei sondaggi. Il suo movimento è accreditato del 19 per cento, ma da qui alle elezioni, tra una mobilitazione e l’altra, è molto probabile che risalga. Mentre rinascono i movimenti duri e puri di destra e di sinistra. Inoltre la riforma inizia il suo logoramento parlamentare. Era questo il risultato che si voleva?

Eppure si potrebbe ancora rimediare, se non ci si intestardisse nella logica del “prendere o lasciare”. Nessuno può infatti negare che Renzi e Berlusconi siano i leader nei rispettivi campi. Né che sinistra e moderati abbiano interessi e tratti ben distinti. Ma allora perché non si è pensato subito al doppio turno? Perché non si è adottato il sistema francese (e dei sindaci) che prevede, prima del ballottaggio, anche l’apparentamento alla luce del sole con le formazioni minori? In questo modo si sarebbe stabilizzato il sistema, si sarebbe dato il governo a chi, al secondo turno, ha la maggioranza, si sarebbe evitata la dispersione dei voti, si sarebbe limitato o annullato il fenomeno Grillo (costringendolo ad apparentarsi, fatto inconcepibile per lui), si sarebbe risolto automaticamente il problema delle preferenze conciliandolo con la governabilità. Infine si sarebbe, attraverso patti scritti di apparentamento, limitato il potere di ricatto delle liste minoritarie. Certo, il doppio turno parlamentare, proprio perché dal ballottaggio ne esce un capo del governo forte, presuppone il rafforzamento per legge del leader attraverso l’istituzione (se non si vuole il presidenzialismo) almeno di un vero premier, con i poteri connessi. Presuppone anche l’abolizione preventiva del bicameralismo. Infine presuppone la limitazione delle autonomie locali, proprio perché in virtù della maggiore stabilità, forza e legittimazione data al governo centrale. Queste cose sono, è vero, contenute nell’altra parte delle riforme annunciate, quelle costituzionali. Ma sarebbe stato meglio partire da qui, non dalle regole per il voto. A meno che non si voglia affermare che è più importante il mezzo, non il fine.