La partita è ancora tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Tra il nuovo che avanza e il Cavaliere che tutti davano in pieno declino. Forse i due si rivedranno (è probabile), forse no, ma una cosa è certa: il resto è (quasi) contorno. Il Pd non renziano da una parte, il nuovo centrodestra alfaniano dall'altra: giocano di rimessa, cercano qualche contropiede, ma il loro ruolo non è quello dei titolari. Il motivo è semplice: il nuovo segretario del Pd ed il vecchio padre-padrone di Forza Italia sono gli unici ai quali possono andar bene entrambi i risultati. Se la trattativa salta, e la legge elettorale non si fa, si va quasi certamente alle elezioni, con le regole dettate dalla Corte costituzionale: niente premio di maggioranza, sistema proporzionale puro, e liste sbloccate. Probabilmente vincerebbe Renzi, ma Berlusconi diverrebbe il riferimento assoluto dell'opposizione, per giunta nuovamente legittimato dal rivale. Ma la sconfitta più cocente sarebbe quella del Pd governativo tuttora figlio della segreteria Bersani, e dall'altra parte dei fautori del tentativo (di Angelino Alfano e Mario Monti) di creare un nuovo fronte moderato. La caduta del governo verrebbe pagata soprattutto da Enrico Letta e dal "vecchio" Pd, ma anche dagli alfaniani, che avevano scommesso sulla tenuta dell'esecutivo.

Se al contrario l'accordo ci sarà, Renzi e Berlusconi ne rivendicheranno il successo. Ancora di più se alla legge elettorale seguiranno la soppressione del Senato elettivo, il ridimensionamento delle regioni, la soppressione dei rimborsi elettorali, tutti cavalli di battaglia di Berlusconi fatti propri da Renzi. Anche per questo motivo il Quirinale ha assunto un ruolo più distaccato. Non più tutore del governo Letta. Benché forse in cuor suo più vicino a quest'ultimo che non a Renzi, Giorgio Napolitano non può ostacolare il patto sulla legge elettorale dopo avere abbondantemente strigliato i partiti perché non riuscivano a mettersi d'accordo. Ecco perché in fondo i contenuti della legge contano meno del risultato politico. Eppure quei contenuti erano e restano tutt'altro che dettagli: che si porti la soglia per il premio di maggioranza dal 35 al 38 per cento, resta sempre un evidente sproporzione tra rappresentatività politica e sociale e potere parlamentare, un problema che rischia di produrre tensioni sociali prima ancora che politiche. E quanto alle preferenze, tra listoni e listini stiamo ancora parlando di scelte decise dalle segreterie. È vero che le preferenze non ci sono in Germania, in Francia, in Gran Bretagna: però nei primi due paesi gli elettori possono esprimersi attraverso le scelte nei collegi, mentre in Francia la scelta è data dal doppio turno. Ma questi, ripetiamo, sono ormai diventati dettagli. Le carte erano e restano in mano a due protagonisti distanti da loro per generazione, look, gusti e amicizie, ma vicini su altre cose: la repulsione per la politica "romana" (né Renzi né Berlusconi sono in Parlamento), l'abbandono dell'ideologia (a Renzi pare non interessare molto la ribellione a sinistra per il suoi incontri con il Cavaliere), e soprattutto l'idea che il fine giustifichi i mezzi. Ed il fine, per entrambi, è di essere padroni dei rispettivi campi, sinistra e destra.