La terra, il cielo, gli astri, l’infinito. Ci si sente schiacciare. Ma c’è un infinito ancora più stupefacente: la stupidità umana. Alexandre Dumas

L'ignoranza è un'arma di distrazione di massa. Quel che sta accadendo in Parlamento in questi giorni lo dimostra. E il dibattito (si fa per dire) sul decreto di riassetto di Bankitalia e l'aggiornamento del valore delle quote del capitale ne è una triste rappresentazione. L'idea che nel caveau ci sia il diavolo viene da lontano, il pre-giudizio che tutta la finanza sia malvagia pure, non è sorprendente dunque che alla Camera e al Senato vi sia una trasversale Santa Inquisizione che istruisce il processo alla streghe e ordina la preparazione del rogo. Ma i toni, i modi, la gazzarra, la rissa, sono un sottofondo sinistro, una marcia funebre per le istituzioni. A dispetto dei luoghi comuni, Bankitalia ha cercato di spiegare tutti i passaggi fondamentali del cambiamento con documenti, studi, interventi pubblici. Purtroppo i miti sono duri da sfatare, se poi c'è di mezzo quello della "plutocrazia", l'album dei mostri s'affolla. Mentre le fiamme si levano alte, proviamo a fare chiarezza in dieci punti.

1. I partecipanti al capitale di Bankitalia sono soggetti privati. Da sempre. Non è una novità, ma un fatto dal 1936. Sono società bancarie, istituti di previdenza e assicurazioni che non hanno potere assoluto e di gestione, non possono prendere decisioni sull'attività istituzionale della banca. Attività finanziaria, di vigilanza e politica monetaria. È un modello di azionariato diffuso che ha consentito a Via Nazionale di attraversare la storia travagliata del nostro Paese con sufficiente indipendenza e autonomia dalla politica. In momenti spesso terribili della nostra storia. Non è una soluzione sconosciuta nel mondo: le banche centrali di Svizzera, Belgio e Grecia sono spa con capitale diffuso, mentre il 38 per cento delle oltre 8 mila banche commerciali negli Stati Uniti hanno lo status di azionista del Federal Reserve System.

2. La rivalutazione delle quote di Bankitalia era un fatto ineludibile. L'assetto proprietario fu disciplinato nel 1936 e gli interessi economici erano regolati su un orologio che segnava l'ora di 77 anni fa. Il capitale sociale della banca era fissato in 300 milioni di lire dell'epoca, pari a 156 mila euro di oggi. Cioè 300.000 quote di partecipazione nominative di € 0,52 ciascuna. Come spiegato dal direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini, il 12 dicembre scorso durante un'audizione in Parlamento "né successivamente al secondo conflitto né con l’avvio dell’Euro tale capitale è stato oggetto di rivalutazione, un unicum in tutti gli attivi del nostro Paese".

3. Bankitalia, per dare una dimensione dell'anacronismo storico e contabile, oggi ha riserve per circa 23 miliardi di euro.

4. La partecipazione al capitale andava frazionata perché la concentrazione delle banche italiane aveva accresciuto negli anni le quote in possesso dei principali gruppi. Per conseguire questo obiettivo la via è semplice: introdurre una percentuale massima di quote detenute per soggetto e ampliare la base azionaria. Operazione che deve rispettare un principio: la riforma non deve modificare il valore delle quote dei partecipanti.

5. Una legge del 2005 prevedeva la possibilità - mai attuata - di un trasferimento del capitale di Bankitalia allo Stato. Un punto delicatissimo, come rilevato da via Nazionale, perché metteva a rischio "la capacità di resistere alle pressioni politiche". Occorreva dunque evitare ogni possibile tentazione di scalata politica all'assetto della banca.

6. Bisognava escludere qualsiasi pretesa economica dei partecipanti al capitale sull'attività di signoraggio (derivante dall'emissione di banconote) che è di esclusiva competenza della banca. E serviva una norma che non c'era.

7. Gli utili derivanti dall'attività di Bankitalia non finiscono in un caveau segreto, ma confluiscono in larga parte nelle casse dello Stato: "Con riferimento all’esercizio 2011, sono stati attribuiti ai partecipanti, complessivamente, circa 67 milioni di euro; allo Stato, circa 678 milioni, a valere sull’utile netto. Le imposte a carico della Banca sul reddito e sulle attività produttive, di competenza dell’esercizio 2011, sono ammontate a circa 1,1 miliardi".

8. Un comitato di tre saggi - Franco Gallo, Andrea Sironi, Lucas Papademos - ha utilizzato il metodo del Dividend Discount Model e rivalutato il capitale di Bankitalia per un importo pari a 7,5 miliardi di euro. È una stima che "nelle attuali condizioni di mercato, qualora il capitale della Banca fosse aumentato a € 6-7 miliardi e il tasso di dividendo fosse stabilito al 6 per cento, il valore delle quote dopo la riforma si collocherebbe all’interno dell’intervallo di € 5-7,5 miliardi sopra indicato. In altri termini, la riforma risarcirebbe appieno i partecipanti, garantendo loro un flusso futuro di dividendi il cui valore attuale netto è pari al valore corrente stimato delle quote della Banca".

9. La rivalutazione delle quote di Bankitalia fa bene al sistema bancario italiano in vista di una competizione sempre più forte con gli altri istituti europei. Il 23 dicembre scorso via Nazionale ha precisato che "l’aggiornamento delle quote non avrà effetti sul “patrimonio di vigilanza" delle banche partecipanti al 31 dicembre 2013, data rilevante ai fini dell'esercizio di Asset Quality Review che sarà condotto nell'Eurosistema". Ma in ogni caso è da subito una risposta alle azioni che altri Stati hanno intrapreso da tempo per rafforzare il capitale delle proprie banche.

10. L'operazione genera plusvalenze che saranno tassate. Le prime stime parlano di un incasso per lo Stato pari a circa 1,5 miliardi di euro. Posso solo immaginare con quanta preoccupazione il presidente della Bce Mario Draghi guardi il surreale dibattito in corso in Italia. E con quanta amarezza il governatore Ignazio Visco stia seguendo la vicenda mentre l'economia del Paese è ancora in piena emergenza. La Banca centrale resta un baluardo di buona amministrazione in un Paese che sta perdendo il senso della realtà e dello Stato. Mi viene in mente un passaggio delle Considerazioni finali del 1976 del Governatore Paolo Baffi, un uomo che pagò duramente la sua felice autonomia dalla politica. Subì accuse infamanti, si dimise, fu assolto. Così descrisse il suo ruolo in Bankitalia in quel periodo di piombo: "L’amaro compito di gestire un processo che, nel governo dei flussi monetari e valutari, ci assimila all’economia di stato d’assedio". Il 1976 è un anno lontano che continua a lanciare segnali, una miniera di lezioni dimenticate. Terminate l'assedio.