Non ci piace citarci, ma fin dall'inizio avevamo segnalato i due possibili effetti collaterali della legge elettorale concordata da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi: il primo, più grave, è che grazie ad un premio di maggioranza che resta abnorme anche dopo le ultime modifiche, si trovi a governare chi rappresenta poco più di un quarto degli elettori; il secondo è che i piccoli partiti che si volevano eliminare assieme al loro potere di interdizione risorgano sotto altre sembianze, e con più potere di prima. Il primo rischio, quello che definimmo sociale, lo si vede dalle attuali simulazioni. Benché il premio di maggioranza sia stato ridotto al 15%, e la soglia per accedervi per partiti o coalizione sia stata alzata al 37, l'alleanza vincente potrebbe governare rappresentando il 26,5% del corpo elettorale.

Il calcolo lo ha fatto Nando Pagnoncelli, amministratore delegato dell'Istituto Ipsos che fornisce sondaggi alla Rai (Ballarò) e al Corriere della Sera. In base agli ultimi rilevamenti, in uno scenario tutt'altro che improbabile di un astensionismo del 30% e di una coalizione che superasse di poco quota 37, essa governerebbe rappresentando il 26,5% degli elettori. Non solo. Poiché alla Camera 13 seggi verrebbero comunque riservati alla circoscrizione estera e alla Val d'Aosta, il premio sui restanti 617 equivarrebbe non al 15 ma al 16 per cento, e chi lo conquistasse otterrebbe non il 52 ma il 53 per cento dei seggi. In pratica, il rapporto tra seggi ed elettori rappresentati sarebbe pari al doppio. È bene tenere presente queste ipotesi quando si giudicano gli attuali eccessi parlamentari dei grillini, e soprattutto i rischi di problemi sociali nel Paese. I primi sono evidentemente alla ricerca di un alibi; per i secondi invece la giustificazione esiste, ed ancor più esisterà in futuro.

Ed eccoci al secondo punto. l'Italicum prevede tre soglie di sbarramento per entrare in Parlamento: 12% per le coalizioni, 8 per i partiti non coalizzati, 4,5 per quelli coalizzati. Con la deroga "salva Lega" per chi, sotto a queste soglie, superasse il 9 per cento in tre regioni; cosa difficile, oggi, anche per il Carroccio. Dunque sulla base dei sondaggi attuali solo quattro partiti otterrebbero seggi: Forza Italia, Pd, Cinque Stelle e Nuovo Centrodestra. Questo indipendentemente da chi vincesse il premio. L'effetto taglia-liste avrebbe raggiunto il suo scopo? Neppure per sogno. E il primo a muoversi è stato Pier Ferdinando Casini, cui non si può certo rimproverare mancanza di fiuto politico. Rimasto all'opposizione sia dell'Unione prodiana, sia del Pdl berlusconiano, e dopo la fallimentare alleanza con Mario Monti, il capo dell'Udc ha ritrovato la sua vocazione moderata (naturale, aggiungiamo noi) annunciando che potrebbe fare coalizione con il centrodestra: cioè con Berlusconi ed Alfano, che lo accoglierebbero a braccia aperte. Qualcuno ha osservato che in questo caso il partitino di Casini, l'Udc, oggi quotato al 3,1%, resterebbe senza seggi. Certo: a meno che non si sciogliesse in una delle due liste maggiori, Forza Italia o, più probabilmente, il Ncd di Alfano. Stessa cosa per la Lega, ovviamente più recalcitrante. E per Fratelli d'Italia.

Così, secondo Ipsos, il centrodestra vincerebbe (con Casini). Dall'altra parte, invece, non basterebbe l'accordo di coalizione tra Pd e Sel di Nichi Vendola, anche lui tornato all'ovile esattamente come l'Udc con i moderati. E dunque tornerebbe prezioso ciò che resta della Scelta civica montiana - Casini escluso - accreditata oggi di un 2,3%. Se questi voti, ripetiamo tutti virtuali, si aggiungessero al 36%, sempre virtuale, che i sondaggi assegnano a Pd e vendoliani, il centrosinistra andrebbe al 38,3%, rispetto al 37,9 del centrodestra. Insomma, sarebbe una partita testa a testa, ma con un elemento decisivo: l'apporto fondamentale delle liste e dei leader minori. Sia attraverso patti di coalizione (l'unico in grado di farlo superando lo sbarramento è però Alfano), sia confluendo in "listoni" maggiori, che in questo modo perderebbero in termini di linea politica, di programma di governo, di omogeneità sociale, pagando pedaggio agli alleati scomodi di sempre. È questo che si vuole? Non era meglio affidarsi fin da subito al doppio turno, che avrebbe risolto entrambi i problemi, quello della rappresentatività e quello della chiarezza delle alleanze, aggiungendovi inoltre una reale capacità di governo?