Draghi non ha fatto fuoco e fiamme e l'Euro in pochi minuti è schizzato a 1,3619 dollari, il massimo nelle ultime due settimane. La Banca centrale europea ha deciso di lasciare i tassi invariati, il presidente ha ribadito che sta "monitorando gli sviluppi con attenzione e siamo pronti ad intervenire con tutti gli strumenti disponibili" e spiegato che il surplace in questo caso è obbligato perché "c'è la necessità di acquisire ulteriori informazioni e le proiezioni economiche degli uffici, che usciranno ai primi di marzo per la prima volta conterranno previsioni per il 2016 e questo rappresenta un cambiamento molto significativo della nostra analisi". Nonostante l'inflazione sia allo 0,7 per cento nei 18 paesi dell'eurozona, il rischio deflazione viene considerato ancora lontano - secondo la Bce non c'è uno scenario da Giappone negli anni Novanta -, ma resta un clima di apprensione per la ripresa che Draghi definisce "fragile e diseguale". A Francoforte dunque si aspettano le idi di marzo per tornare ad agire, mentre i mercati avrebbero preferito il taglio dei tassi subito per sostenere la crescita e contenere ancora l'Euro. Tutto questo oggi non si è realizzato, ma non è una sorpresa perché fa parte della politica di stop and go che Draghi ha seguito durante la crisi.

Governare la banca centrale significa non solo fare valutazioni tecniche, ma tenere conto dello scenario politico che emerge durante le discussioni interne del board. "Fragile e diseguale". Sono queste parole di Draghi a costituire il vero punto di interrogativo dell'agenda. Le proiezioni di crescita dell'Eurozona sono a macchia di leopardo, le prospettive sono buone per la Germania, ma se ci spostiamo in Francia lo scenario diventa incerto e se atterriamo a Roma addirittura si vola alla cieca. Alla frammentazione europea s'aggiunge la situazione sempre più caotica in molti dei mercati emergenti. La crisi del peso in Argentina, del bolivar in Venezuela, della lira in Turchia, della rupia in India, del rand in Sudafrica, sono il tracciato sismografico che indica l'andamento incerto della produzione mondiale. L'inizio dell'anno per il mercato monetario dei Paesi emergenti è stato finora il peggiore dal 2004, gli speculatori stanno riallineando i loro portafogli e nel week end finale del mese di gennaio, secondo i dati forniti dalla Commodity Futures Trading Commission, sono stati chiusi oltre 102 mila contratti. Montagne di denaro - in questo momento soprattutto da parte degli hedge fund - stanno uscendo dai mercati emergenti, è una correzione di rotta di cui l'Europa deve tenere conto.

È quel "fragile e diseguale" pronunciato da Draghi in conferenza stampa a Francoforte a dare il senso di precarietà del presente: l'Europa può permettersi di avere un Paese forte - la Germania - che fa da locomotiva mentre gli altri vagoni trasportano tonnellate di zavorra? Questo quadro per un Paese come l'Italia è da zona rossa. I primi a cogliere la situazione di pericolo e instabilità sono gli imprenditori, gli ultimi ancora una volta sono i politici. Non a caso stamattina ai microfoni di Mix24 il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha chiesto alle istituzioni di fare chiarezza: "Più che un disfattista penso di essere un realista. Il presidente Letta mi ha convocato ieri a palazzo Chigi, ci siano spiegati, gli ho presentato le nostre priorità che devono essere realizzate in tempi strettissimi. Se viene con la bisaccia vuota sarebbe un problema: non ci resterebbe che appellarci al presidente della Repubblica". Sono parole chiare alle quali il Parlamento non ha dato una risposta organica. Si interviene con i cerotti a curare un malato le cui ferite non si rimarginano perché ha bisogno di una trasfusione di sangue. Cioè di soldi freschi, investimenti, politica industriale, fiducia. Tutto questo manca perché il governo è diventato improvvisamente "figlio di nessuno". Ecco perché si moltiplicano le sollecitazioni a Matteo Renzi per guidare Palazzo Chigi.

Sul segretario del Partito democratico si è addensata una nuvola di aspettative enorme. Punta alla riforma elettorale, a mantenere saldo il patto del Nazareno con Berlusconi - e fa bene - ma sa anche che nei prossimi mesi i risultati di questo esecutivo rischiano di scaricarsi sulla sua immagine. Bruciare Renzi sarebbe davvero un peccato e i suoi dubbi a prendere in mano il volante del governo sono tutt'altro che infondati, ma aspettare gli eventi sulla riva del fiume può essere letale per l'Italia. L'incertezza sulla crescita in Europa, la difficoltà di Berlino ad accettare "la fine dell'austerità" - come ha chiesto da Giorgio Napolitano nel suo discorso al Parlamento europeo - e la persistente nebulosa politica italiana non concedono molto tempo a chi fa impresa. Servono decisioni rapide, visione, coraggio. Draghi può prendere ancora qualche mese di tempo e far intervenire la Bce, se serve, a marzo. Ma l'Italia no, non può permettersi di avere un governo nella terra di mezzo. Purtroppo, è giunto il momento di mettere ancora una volta nero su bianco un titolo impaginato dal Sole 24Ore: "Fate presto". Sembra la cronaca di un passato remoto, accadeva due anni fa, il 10 novembre del 2011. Il Paese ha la memoria corta. Allora l'emergenza si chiamava spread, era quota 550 punti e stava minacciando i risparmi degli italiani, oggi il pericolo è una produzione anemica con una disoccupazione galoppante che divora il futuro degli italiani di domani.