Da un ultimatum all'altro. Matteo Renzi ha dato ad Enrico Letta appuntamento al 20 febbraio: dopodiché deciderà se staccare o meno la spina (e in che modo) al governo. Giorgio Squinzi invece anticipa la scadenza al 19, quando il presidente del Consiglio, invitato al direttivo di Confindustria, "dovrà presentarsi con la bisaccia piena, altrimenti non ci resterebbe che appellarci a Napolitano che nella sua grande saggezza prenderà le decisioni giuste". Tutto lascia pensare che la situazione stia rotolando verso l'esito previsto e prevedibile al momento dell'elezione del segretario Pd: spaccatura Renzi-Letta, e voglia matta del sindaco di Firenze di capitalizzare il consenso personale nelle urne, prima che la sua immagine associata a quella declinante del governo ne venga irrimediabilmente logorata. Non è affatto una situazione nuova, anzi è molto antica. Accadeva nella Dc, quando un nuovo segretario definiva "amico" un governo del proprio partito del quale intendeva sbarazzarsi. E, quanto alla sinistra, è ben noto il precedente della defenestrazione di Romano Prodi da parte di Massimo D'Alema ai tempi dell'Ulivo. Anche allora D'Alema, segretario del Pds e poi dei Ds, era sospinto da un establishment politico-economico che voleva voltare pagina rispetto all'indecisionismo prodiano, chiedendo un governo forte. Durò tuttavia a palazzo Chigi meno di due anni, travolto dall'insuccesso alle regionali e quindi scontando manovre e vendette tutte all'interno della sinistra e del partito.

Proprio l'incubo di D'Alema assilla in questi giorni il Pd. Il governo Letta non convince più nessuno, e soprattutto non riesce a varare nessuna vera riforma. Il cambio di passo non c'è, tanto meno sull'economia. Le uniche vere iniziative, sulla legge elettorale e sull'assetto istituzionale (abolizione del Senato elettivo, taglio del finanziamento ai partiti) sono frutto di accordi extraparlamentari diretti tra Renzi e Silvio Berlusconi, entrambi fuori dal Parlamento. Ma anche Renzi sa benissimo che accettare la staffetta e andare a palazzo Chigi in queste condizioni, con un Pd ancora in gran parte frutto delle scelte dell'era Bersani, e senza una legittimazione elettorale, sarebbe un mezzo suicidio. Come appunto quello di D'Alema nel 1998. Però votare ora significherebbe rinunciare alla riforma elettorale e istituzionale, e quindi utilizzare il sistema rimasto in piedi dopo la sentenza della Corte costituzionale: proporzionale puro e liste sbloccate. Renzi ne uscirebbe quasi sicuramente vittorioso, ma sarebbe costretto a cercare una maggioranza assieme ad altri partiti, forse anche con Forza Italia. Varare almeno la riforma elettorale è l'obiettivo di Renzi, che gli darebbe lo slancio per tentare di governare da solo - i sondaggi che attualmente vedono in testa il centrodestra con l'Udc di Casini sono da prendere con le molle - ma condannerebbe il governo Letta a fare le valige un minuto dopo la sua approvazione.

Il Letta frenatore e il Renzi che tenta di accelerare, senza però sapere fino a che punto spingersi, sono il risultato di questo stato di cose. Però così si condanna non solo il Pd e il suo segretario, ma l'intero Paese a un logoramento economico e sociale, che si rifletterà nelle urne. Dalle quali chiunque uscirà vincitore dovrà fare i conti con una situazione di grande tensione, con una maggioranza numerica che sarà minoranza nel corpo elettorale e nella società. Da qui anche il tweet di stamani dello stesso segretario: "A me conviene votare ma al Paese no". C'è ovviamente anche uno scenario virtuoso: che il governo si rimetta a governare, soprattutto sui due fronti chiesti dall'Europa per concedere all'Italia maggiori margini di flessibilità sul bilancio (in pratica, soldi da spendere in infrastrutture): mercato del lavoro, e privatizzazioni vere. Che nel frattempo il Parlamento approvi non solo la legge elettorale ma anche il taglio del Senato e la riforma della Costituzione, con controlli veri sulla spesa delle regioni. Che alla fine di questo itinerario, cioè nel 2015, si torni alle urne con Renzi candidato da una parte e un erede (da trovare) di Berlusconi dall'altra. E' troppo per gli standard italiani?