La decisione di Forza Italia (dettata personalmente da Silvio Berlusconi) di non associarsi alla richiesta di impeachment del Movimento 5 Stelle per Giorgio Napolitano, spiega meglio di tante cose la differenza tra apparenza e realtà nelle manovre politiche di questi giorni. In particolare che l'interesse primario del centrodestra, così come ovviamente quello del Pd di Matteo Renzi, resta il cambio della guardia al governo (o in subordine, un cambio di marcia del governo), usando solo come argomento di propaganda la questione del "complotto" che nell'estate 2011 sarebbe stato ordito dal Quirinale per rimpiazzare il Cavaliere con Mario Monti, su pressione degli altri governi europei.

Alan Friedman ha fatto un buon lavoro dando la parola a molti protagonisti di allora, ma ha in sostanza confermato quello che all'epoca già si sapeva, fatti e retroscena dei quali questa testata dette conto proprio in quelle settimane roventi. In particolare, che era pronto - e per qualche settimana ci fu - l'intervento degli emissari del Fondo monetario e della troika europea, appena mimetizzato come consulenza al governo Berlusconi. Che si stava pensando, al Quirinale e altrove, di affidare temporaneamente l'Italia a quello che Sergio Romano definiva "podestà straniero", attraverso il ricorso, e qui la definizione è nostra, a metodi di "democrazia semplificata". E che tutto ciò discendeva non solo e non tanto dall'attacco speculativo dei mercati all'Italia, ma dalle debolezze politiche del nostro paese, con un governo Berlusconi in crisi per le sue spaccature interne (su tutte, Giulio Tremonti in rotta con il Cavaliere e viceversa), e dall'altra parte una sinistra altrettanto priva di credibilità quale alternativa per gestire una situazione di emergenza.

Si potrà discutere se tutto ciò fu effetto del presunto complotto, oppure la causa. I dati di fatto dicono che il centrodestra disperse con le sue proprie mani il grande consenso ottenuto nel 2008, che si impantanò sulle riforme chiave della previdenza, del lavoro e della giustizia; e che dall'altra parte non c'era nessuno pronto a governare l'Italia. Per questo, come sempre accade nei momenti di massima debolezza della politica, il Quirinale svolse un ruolo da supplenza, in maniera molto attiva. Caso mai la vera delusione è stata proprio quella di Mario Monti e dei suoi ministri tecnici. A parte la stretta sulla pensioni e sulle tasse, ed una presenza battagliera di Monti sulla scena europea, non ci fu molto altro. Fino all'errore capitale di "salire in politica".

Ma questa vicenda qualche strascico lo lascia. In particolare sul Quirinale, e di riflesso su ciò che dal Colle è promanato negli ultimi anni: governi tecnici, governi di scopo, del Presidenre, formule di larghe intese. Sia chiaro che Napolitano ha agito per salvare il salvabile e in mancanza di alternative, come dopo l'esito elettorale del 2013. Ma le formule extra-politiche stanno mostrando la corda, Letta compreso. Anche per questo Renzi può permettersi di trattare con il capo dello Stato non più da esecutore ma da leader di un partito dotato di una propria forza, anche mediatica e popolare. All'inverso, la protezione quirinalizia al governo Letta funziona sempre meno. Stessa cosa, in misura ridotta, nel campo del centrodestra, dove il Quirinale incute meno timore di prima. Tutte queste evidenze però rischiano di essere travolte dal voto per le Europee. Se anche in Italia si affermeranno le forze populiste e anti-Ue, che oggi trovano molti più argomenti di prima, anche Renzi ne uscirà ridimensionato. Per questo il problema resta sempre lo stesso: o il governo si dà una mossa o una scossa, o Renzi prende il posto di Letta, oppure si va al voto. E chi dice che l'emergenza spread è finita trascura varie cose. La prima è che i mercati potrebbero risvegliarsi famelici: basterebbe un nuovo downgrading dell'Italia (tutt'altro che improbabile); la seconda è che tutti gli altri maggiori partner europei hanno stabilizzato il proprio assetto politico. La terza è che la nostra classe politica non ha ancora fatto nulle per l'economia, la crescita e la situazione sociale, e infatti la ripresa non c'è. Tre rischi fatali.