Mettiamo per ora tra parentesi le modalità della defenestrazione di Enrico Letta da parte del Pd e la sua sostituzione con Matteo Renzi: come scrive Mario Sechi, lasciamo queste considerazioni ai "puristi democratici", che poi tanto puristi non sono. Abbiamo piuttosto colto un punto nel discorso di auto-investitura di Renzi: il rifiuto del termine staffetta perché gli staffettisti corrono verso lo stesso traguardo, mentre il futuro capo del governo promette di cambiare radicalmente direzione. E' questa la vera scommessa renziana: scommessa obbligata nella quale il segretario Pd, e il Paese, si giocano tutto. Non è, o non può essere, un artificio comunicativo frutto della nota abilità di Renzi. Cambiare direzione infatti non è un optional, è ormai un obbligo se si pensa che l'Italia abbia ancora una possibilità di uscire dalla palude, dalla quale non basterà certo a tirarla fuori il modestissimo incremento di Pil dell'ultimo trimestre 2013. Siamo allo 0,1 per cento, mentre per iniziare a recuperare il terreno perso, anche sui nostri concorrenti europei, occorre ben altro. Una frustata all'economia, e quella frusta dovrà impugnarla Renzi. La riforma elettorale è resa obbligatoria dalla sentenza della Consulta e anche per rinnovare il Paese; ancora di più le modifiche istituzionali, dall'abolizione del Senato elettivo alle modifiche al titolo Quinto della Costituzione (già attuate dal centrodestra nel 2006 e poi cancellate dal referendum della sinistra e dei custodi dell'ortodossia costituzionali: è bene ricordarlo), fino al taglio dei costi dei partiti.

Ma tutto ciò non basterà a riportare in Italia lavoro e voglia di investire. Caso mai, in chiave tattica, servirà anche ad allontanare le elezioni, guadagnando tempo per quella che dovrà essere la missione principale, il core business, del governo Renzi. E questa missione non potrà che essere imperniata sul versante economico del piano di governo: riforma del lavoro, taglio della spesa pubblica, rinegoziazione della presenza in Europa, ridimensionamento della burocrazia e della casta che se ne nutre, riduzione della pressione fiscale. Quante volte abbiamo ascoltato queste promesse? E quante volte sono state disattese? Renzi non potrà avere più alibi, anche se dovrà toccare recinti e poteri della base elettorale del suo Pd e della sinistra. In particolare sul lavoro: siamo l'unica economia europea e occidentale che non abbia nessuna forma di flessibilità in uscita, mentre siamo riusciti a peggiorare quelle in entrata. Flessibilità in uscita significa anche eliminare alcune tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e l'obiezione è che questo aumenterebbe la già altissima disoccupazione. Eppure basta guardarsi intorno nel mondo per vedere che dove le tutele "italiane" non ci sono, c'è più lavoro e meno finta occupazione che da noi. Finta occupazione perché occultata dall'uso e dall'abuso della cassa integrazione, a sua volta pagata dalla collettività, dalle aziende e dagli stessi lavoratori. Del resto anche in Italia gli esempi non mancano e sono tutti di questi giorni.

Electrolux, Alitalia, Fiat e decine di altri casi hanno tutti in comune la richiesta di investitori stranieri e nazionali di modificare i contratti nazionali di lavoro. Si deve insomma passare da un sistema che blinda il posto fisso (e stipendi tra i più bassi d'Europa) a un altro che tuteli il lavoro, che non necessariamente può essere nella stessa azienda. Questo comporta il passaggio dalla cassa integrazione come quasi unico ammortizzatore sociale, al sussidio attivo di disoccupazione: attivo in quanto le agenzie pubbliche e private devono rapidamente offrire alternative a chi perde il posto, mentre gli interessati devono accettarle non campando a spese della collettività. Non è qualcosa che si fa dall'oggi al domani, ma si deve iniziare. Comporta dei costi, soprattutto all'inizio, e la copertura non può che essere trovata in un taglio alla spesa pubblica, in Italia pari alla Germania che ha 20 milioni di abitanti in più e servizi che funzionano. Anche in questo caso non si tratta di fare strage di impiegati, ma di obbligarli a lavorare di più e meglio. Di introdurre la mobilità come in tutto il mondo evoluto. Di applicare il principio di responsabilità nei confronti di funzionari e dirigenti, come nelle aziende private. Questo, oltre a far risparmiare soldi, significa anche migliorare una burocrazia che tartassa cittadini e imprese. Le tasse sono il quarto dossier economico del governo. Renzi ha più volte detto che sono a livello insostenibile. Per la verità lo diceva anche Enrico Letta, e perfino Mario Monti, che le imposte le hanno aumentate. Siamo al livello della Svezia, neppure immaginando i loro servizi. E mentre i paesi del Nord Europa, da quelli scandinavi alla Germania fino all'Irlanda appena uscita dagli aiuti europei, le tasse le stanno riducendo, noi abbiamo impostato una serie di automatismi che le aumentano.

Anche qui: dove si trovano le risorse? Certo lo Stato in tutte le sue declinazioni, comprese le regioni, deve dimagrire. Ma la questione ci porta direttamente all'Europa. L'Unione europea e la Bce non ci hanno mai chiesto di aumentare la pressione fiscale: anzi, chiedono il contrario. Mentre ciò che domandano all'Italia è di ridurre la spesa pubblica, il debito e di rendere più flessibili le norme sul lavoro privato e pubblico. I margini di manovra non sono moltissimi, ma esistono. Il più drastico è rinegoziare il tetto del tre per cento di deficit, difficili senza impegni collaterali ferrei. Altre risorse possono essere reperite dai minori interessi pagati sui titoli pubblici con la riduzione dello spread: ma questi dovrebbero andare a riduzione del debito, così come i proventi delle privatizzazioni. Dove, per inciso, non bastano le partite di giro sulle grandi holding pubbliche, occorre mettere sul mercato le 1.800 aziende municipalizzate, record europeo e forse mondiale. Gira e rigira si torna sempre lì: occorre far salire, e di molto, il Pil, e visto che non può essere fatto per decreto si deve partire con una cura da cavallo su lavoro, produzione e investimenti. Lo hanno fatto la Spagna e l'Irlanda, che erano messe peggio di noi ed oggi ci sopravanzano. Possibile che in Italia non si possa toccare nulla? Chiudiamo tornando a quella parentesi inziale sul cambio della guardia Letta-Renzi, tutto interno al Pd e alla sinistra. Dove si sta ancora rimuginando sul "complotto" di Massimo D'Alema ai danni di Romano Prodi nel 2008; figuriamoci oggi con un Renzi che è andato a trattare con Silvio Berlusconi e ha a che fare con gruppi parlamentari scelti da Pier Luigi Bersani. Ed è per di più il terzo premier non eletto in tre anni. Ebbene, Renzi ha una sola strada per far sì che il fine giustifichi i mezzi, e non trasformarsi in un nuovo D'Alema: agire, agire, agire. Mettere anche i suoi davanti ai fatti compiuti. Sfidare la sinistra sui suoi tabù, come ha appena fatto liquidando Letta. Se riuscirà nel 2018 potrà consolidarsi e portare alla vittoria elettorale un'area progressista davvero rinnovata. Se non avrà coraggio sarà uno dei tanti, l'ennesimo talento sprecato, e riconsegnerà il Paese agli avversari.