La svolta di Matteo Renzi c’è, ed è impossibile non coglierla. Sta nei molti volti nuovi, nella rappresentanza femminile che costituisce metà della squadra dei ministri, e soprattutto nel salto generazionale. Tre elementi più evidenti tra chi viene dal Pd, dove il segretario e ora premier ha potuto agire più liberamente: tra l’altro con un attento dosaggio alle varie correnti interne, queste sì ereditate dal passato. Non si può essere d’accordo con quanti, soprattutto nei commenti di area moderata e berlusconiana, parlano di una sorta di Letta-bis: dimenticando che quello uscente era ancora un esecutivo del Presidente, cioè nato in stretta collaborazione con il Quirinale, e frutto dell’incrocio tra un Pd ancora in gran parte bersaniano con tanto di “usato sicuro”, un Pdl che oggi non esiste più e si è ristretto alla piccola ma ben rappresentata pattuglia di Angelino Alfano (la sola sopravvissuta quasi indenne alla cura Renzi), e una Scelta civica a sua volta orfana di Mario Monti. Cioè le ex larghe intese. Più gli uomini di osservanza e designazione quirinalizia, da Fabrizio Saccomanni a Gaetano Quagliariello: entrambi, alla prova dei fatti su economia e riforme istituzionali, hanno quanto meno deluso.

La discontinuità dunque c’è, e tutti sappiamo quanto il Paese ne abbia bisogno. Perché non resta molto altro da sperimentare: non un centrodestra franato su se stesso e alla perenne ricerca di una nuova strada che non sia la mera propaganda, e di nuovi leader; non i tecnici e bocconiani alla Monti; non i timidi eredi delle vecchie nomenclature come quelli di Enrico Letta; non infine gli inviati speciali di Giorgio Napolitano. Sotto questo aspetto la discontinuità si è anche vista nelle quasi tre ore di colloquio tra il presidente del Consiglio esuberante e neppure quarantenne, ed il capo dello Stato con più del doppio dei suoi anni. Tre ore che non saranno state di braccio di ferro, come ha specificato Napolitano, ma che certo non sono filate neppure tranquille, se è vero che è stato depennato il pm Nicola Gratteri, un magistrato coraggioso e non giustizialista che Renzi avrebbe voluto alla Giustizia; mentre il Colle ha dovuto parecchio abbozzare sulla defenestrazione dalla Farnesina di Emma Bonino.

Non stiamo inseguendo i soliti retroscena di giornata; stiamo segnalando che d’ora in poi Renzi dovrà navigare da solo in acque aperte e agitate, senza i salvagente e le reti di protezione dei suoi predecessori. Del resto lo ha detto: “La faccia ce la metto io”. Rischi e trappole inizieranno subito, fin dal voto al Senato, tra scontenti (per mancanza di poltrone) del Pd, dei socialisti, dei popolari. Non per questo riteniamo che la fiducia parlamentare sia a rischio: si andrebbe subito alle elezioni, senza nuova legge elettorale e senza candidature blindate, e molti attuali ribelli ci lascerebbero le penne. Il vero e primo test sarà invece alle Europee, dove Renzi e i suoi dovranno invertire l’attuale tendenza dell’opinione pubblica alla protesta, alla delusione, all’astensione. Anche se in tre mesi non si fanno tutte le riforme promesse, queste vanno almeno presentate, spiegate nei dettagli, presentate al Parlamento e all’opinione pubblica.

Le urgenze, per non dire le emergenze, le conosciamo fin troppo bene. L’economia, affidata ancora una volta ad un supertecnico (tra i pochi segni di continuità con il passato), il fino ad oggi capo-economista dell’Ocse Pier Carlo Padoan, già top manager del Fondo monetario internazionale, appena nominato (da Letta) alla presidenza dell’Istat. Padoan è stato anche vicino alla politica, collaboratore di Giuliano Amato e Massimo D’Alema. Al quarto tentativo dopo Tremonti, Monti e Saccomanni non può più fallire in Italia e in Europa, dove il solito Ollie Rehn gli ha dato il benvenuto: “Sa che cosa deve fare”.

Il lavoro, l’altra priorità, è affidato a Giuliano Poletti, ex comunista e presidente della Legacoop. Può sembrare una scelta filo-concertazione e filo-Cgil, ma attenti alle apparenze. Lo stesso Renzi ha spiegato la nomina con la grande forza del terzo settore delle cooperative, delle piccole imprese, degli artigiani e dei commercianti, i più taglieggiati dalla crisi, i più trascurati dai grandi accordi concertativi, e forse i più sensibili alla necessità di liberalizzare le norme sul lavoro, nonché di ristrutturare profondamente le inefficienti agenzie territoriali per l’impiego, l’altra faccia di una riforma che non può più attendere.#Così come non può attendere il ripristino di un clima più favorevole alle imprese, compito affidato alla ex presidente dei giovani industriali Federica Guidi, di simpatie moderate, che dovrebbe conoscere come le proprie tasche soprattutto le necessità delle aziende di medie dimensione, a cominciare dalla riduzione di Irap e burocrazia, ma che subito si troverà sul tavolo una sfilza di dossier urgenti (dalla Electrolux in giù) sui quali Flavio Zanonato ha fallito, una delle delusioni più evidenti del governo precedente e appunto dell’ “usato sicuro”.Le cosiddette grandi riforme, da quella elettorale alle istituzione fino al disboscamento della potente ed autoreferente alta burocrazia ministeriale, Renzi le ha avocate a se stesso e ai suoi fedelissimi. Come ha detto, ci si gioca la faccia ma anche il proprio futuro di leader. Bisogna augurarsi che riesca; non tanto nell’interesse suo e del suo partito, ma nel nostro.