Ma che cosa ha davvero in mente Matteo Renzi? Con quali risorse intende finanziare gli impegni - generici ma pur sempre impegni - che ha proposto come agenda del suo governo? Con quali eventuali nuove e creative soluzioni a livello europeo? Questo dovrebbero chiedersi tanti illustri commentatori; i quali invece hanno notato le forme - mano in tasca, testo a braccio, citazioni a pioggia dalla Cinquetti a Renzo Piano passando per Altiero Spinelli - e la sottile perfidia con cui ha augurato ai senatori che quello di lunedì sia l'ultimo discorso di fiducia da tenere a palazzo Madama. Tutto ciò è invece parte della cifra mediatica di Renzi, che fa scuotere pensosamente la testa agli addetti ai lavori, ma piace all'opinione pubblica. Il problema, come abbiamo detto, non sta neppure nell'elenco di promesse: che sono in fondo quelle giuste. Il problema invece è nelle modalità con le quali intende mantenerle, e corrispondere all'attesa clamorosa che ha creato nel Paese, a tutti i livelli. Procedendo per deduzioni, o meglio per induzioni, si può immaginare che Renzi punti innanzi tutto a moltiplicare al massimo la modesta ripresa vista a fine 2013 (più 0,1 del Pil), ed anche attraverso il taglio "a doppia cifra" del costo del lavoro intenda già in questi mesi accelerare su produzione e consumi interni. Un'altra spinta in questa direzione può darla la restituzione tutta e subito dei debiti della pubblica amministrazione verso i privati (una cifra che continua a ballare tra i 60 miliardi stimati dalla Banca d'Italia ed i 30 dal precedente governo), restituzione che secondo Renzi dovrebbe avvenire "con un diverso utilizzo della Cassa depositi e prestiti". Lo stesso presidente della Cdp Franco Bassanini e l'economista Marcello Messori avevano caldeggiato questa soluzione, che prevede una garanzia della Cassa per scontare gli importi presso le banche, evitando di caricarli sul debito pubblico. Ma la Ragioneria dello Stato ed Enrico Letta si erano dichiarati in disaccordo. Se riuscirà da subito a dare segnali veri e concreti di ripresa, e se ad essi affiancherà un calendario di riforme già presentate in Parlamento, e magari in parte votate - legge elettorale, istituzioni, lavoro, fisco, pubblica amministrazione - il capo del governo potrà poi presentarsi ai futuri appuntamenti europei chiedendo o il superamento temporaneo del tetto del tre per cento del deficit sul Pil, o meglio ancora una diversa considerazione del nostro debito. Lo hanno fatto recentemente Francia e Spagna, dieci anni fa la Germania. Così come i tedeschi dopo l'unificazione riuscirono a trasferire una fetta consistente dei costi della previdenza ai land, alle banche da essi controllate, alle aziende nei cui board siedono a loro volta rappresentanti dei governi regionali, alleggerendo sensibilmente il debito pubblico. Un po' come fa l'Italia (e la stessa Germania) con la Cassa depositi e prestiti. Ma è un percorso nel quale non si può sbagliare un colpo, mentre occorre avere una capacità negoziale d'acciaio con l'Europa, con la Merkel e non solo. Capacità negoziale dove non basterà il solo Renzi, che dovrà schierare uno staff di economisti e di diplomatici di primo livello, oltre a recuperare i rapporti privilegiati ma formalmente autonomi con la Bce di Mario Draghi. L'Europa però non è il solo fronte. Quello interno è rappresentato soprattutto dall'alta burocrazia pubblica, verso la quale Renzi ed i suoi hanno più volte manifestato insofferenza. Si va dai Tar ai capi di gabinetto fino a santuari come la Ragioneria dello Stato, la Corte dei Conti, il Consiglio di Stato. Il capo del governo ed il suo staff intendono per esempio portare sotto il controllo diretto di palazzo Chigi il nucleo di spending review affidato a Carlo Cottarelli, che finora ha agito nella sfera del ministero dell'Economia e della Ragioneria. Obiettivo, accelerare sui tagli alla spesa di 32 miliardi complessivi entro il 2016, per i quali Enrico Letta a Fabrizio Saccomanni avevano fissato obiettivi minimi per quest'anno. Ripetiamo: sono deduzioni (basate però su evidenze certe) e induzioni. Ma le sole che giustifichino le molte promesse fatte ad un Parlamento e commentate da una categoria di addetti ai lavori che per ora si sono soffermati solo sulle forme. Certo, a differenza di Tony Blair, Bill Clinton e Barack Obama, ai quali si è ripetutamente ispirato, Matteo Renzi non ha al proprio fianco una banca centrale, una Federal Reserve o una Bank of England, che finanzino non direttamente le misure del governo, ma l'economia che quelle misure deve sostenerle. Dunque dovrà rivolgersi innanzi tutto alla società, dai ceti produttivi all'opinione pubblica fino al mondo ovattato della burocrazia italiana ed europea. Impresa titanica, ma anche l'unica da tentare.