Il governo di Matteo Renzi ha una grande occasione che può diventare un grande rischio: la nomina dei manager pubblici delle società partecipate dal ministero dell'Economia, 350 posti disponibili e una marea visibile e invisibile di aspiranti all'incarico. L'elenco delle società è lunghissimo (si va dai giganti Eni ed Enel ai nani la cui esistenza era ignota sulla terra) è consultabile online, comprende aziende quotate in Borsa e non, società partecipate direttamente e indirettamente dal Tesoro, centri studi, eccellenze del Paese e scatole vuote che attendono da anni di esser chiuse. Sono aspetti della faccenda ampiamente trattati dalla cronaca, un segreto di Pulcinella che emerge ad ogni rinnovo dei consigli d'amministrazione e dei collegi sindacali.

Si racconta di accigliate riunioni di governo nelle quali si cerca di mettere a punto un breviario dello spoil system politicamente corretto, ma in realtà i casi sul tavolo di Palazzo Chigi sono i più disparati e il metodo più saggio è quello di affrontarli uno per uno. Eni, Enel e Finmeccanica sono dossier delicati, riguardano energia e difesa, sono aziende che stanno sul mercato, sono quotate e devono creare valore per gli azionisti e nello stesso tempo sono settori vitali dello Stato. Altre realtà andrebbero ridimensionate o addirittura soppresse, altre ancora sarebbe bene venderle a privati. Serve un disegno complessivo, non un "nominificio" del potere per il potere. Ma il calendario ha presentato subito a Renzi il problema e non c'è tempo per immaginare un nuovo sistema, egli può solo provare a scegliere il meglio. E non sarà facile.

La partita è enorme, ma quel che è visibile è solo la punta di un iceberg, gli aspetti politici minori e non strategici. Quali sono i criteri di nomina dei manager? È da qui che parte il bello e il brutto, il dilemma shakesperiano che diventa questione di potere. La selezione è la grande madre di tutte le scelte. Chi decide, chi si candida, come si nomina un manager di Stato? Qui si entra nell'iperspazio della politica che, naturalmente, non manca di produrre le carte necessarie per giustificare il buono (e il cattivo) che esce dalla lotteria delle nomine. Esistono leggi e codici e soprattutto due direttive del Tesoro che regolano la materia: la prima è del 24 aprile 2013 e dispone i criteri di onorabilità, decadenza, ineleggibilità e retribuzione; la seconda è del 24 giugno 2013 e si propone di regolare nel dettaglio i criteri di selezione e nomina degli amministratori. Il nocciolo del primo documento è tutto qui: "si ritiene necessario che il Dipartimento del Tesoro, che, per conto del ministero dell'Economia e delle finanze, esercita i diritti dell'azionista nelle società controllate dallo Stato, in occasione dei rinnovi degli organi di amministrazione delle stesse società deliberi modifiche statutarie (...) che prevedano, in particolare, l'ineleggibilità ovvero la decadenza automatica dalla carica di amministratore in presenza di provvedimento che dispone il rinvio a giudizio o di sentenza di condanna relativi a determinate fattispecie di reato o a illeciti amministrativi dolosi, ovvero, per gli amministratori con deleghe, in caso di applicazione di misure cautelari di tipo personale". Logica applicazione delle norme e del buonsenso. Il secondo documento è più interessante perché stabilisce criteri generali condivisibili ma nello stesso tempo interpretabili e aperti a soluzioni di tutti i tipi. Anche sbagliate. La direttiva premette la necessità di "un trasparente cd oggettivo processo istruttorio" e raccomanda anche per le società quotate (le cui nomine obbediscono ai criteri della Borsa Italiana e dei mercati esteri e non hanno un tetto retributivo) "politiche remunerative nel rispetto delle migliori pratiche internazionali, che tengano comunque conto delle performance aziendali e assicurino il rispetto di criteri di piena trasparenza e di moderazione dei compensi, alla luce delle condizioni economiche generali del Paese". Veniamo al punto: quali sono i requisiti di eleggibilità? Chi ha incarichi politici elettivi è escluso dalla lista; deve avere esperienza giuridica, finanziaria, industriale; non deve avere conflitti di interesse. Fin qui, siamo nel campo dell'ovvio. Per le presidenze è richiesto un precedente incarico nello stesso ruolo per un "periodo congruo" oppure esperienze aziendali tali da giustificare la candidatura. Qui è fondamentale avere nel curriculum i numeri giusti: dimensioni, fatturato, internazionalizzazione e, naturalmente, risultati raggiunti. La frase di rito per gli incarichi è "elevata professionalità del designato" e "elevate competenze professionali". Elementare, Watson. Ma siamo sempre ai principi generali e il passato spesso accidentato dei "boiardi di Stato" dimostra che non sempre negli ultimi vent'anni al vertice è arrivato il meglio disponibile sul mercato.

Naturalmente la "procedura standard" ha una sua liturgia e presenza professionale. A questo punto entrano in scena i cacciatori di teste ufficiali, quelle che nella direttiva emergono come "società specializzate nella ricerca e selezione di top manager" alle quali viene affidata una prima scrematura delle candidature. Le società indicate dal Tesoro per fare questo lavoro sono la Spencer Stuart Italia e Korn Ferry International. La prima è stata fondata nel 1956 da Spencer "Spence" Stuart a Chicago e oggi ha 55 uffici in 30 Paesi, in Italia ha uffici a Roma e Milano e il direttore è Carlo Corsi, cavaliere dell'Ordine di Malta, ex capitano dei Carabinieri, una vasta esperienza da manager nel settore dei beni di consumo domestici ed elettronici. La seconda società è un altro gigante della selezione di personale con 80 uffici sparsi nel mondo e 3700 dipendenti, sede italiana a Milano in via Broletto, al vertice c'è Maurizia Villa, laurea alla Bocconi, dal 1995 alla Korn Ferry, esperta di finanza, esperienza in Cominvest e Barclays.

Passate al setaccio dai cacciatori di teste, le candidature alle società direttamente partecipate sono poi sottoposte al giudizio di un Comitato di garanzia del Tesoro composto da Cesare Mirabelli, giurista ed ex presidente della Corte Costituzionale, Vincenzo Desario, ex direttore generale della Banca d'Italia e Maria Teresa Salvemini Ristuccia, economista, consigliere del Cnel nominata dal Presidente della Repubblica e vicepresidente della Svimez. In questo caso, i titoli non mancano e la storia accademica e professionale sono indiscutibili. Senza il via libera di questo triumvirato di saggi, la nomina non passa.

Eppure, nonostante questo percorso, alla fine molte scelte sembrano un colpo di piatto in un concerto d'archi. Stonate. Perché? È l'arabesco italiano, accanto al canale ufficiale di selezione ne esiste un altro, tipico del Roman Power, fatto di incontri riservati e relazioni speciali consolidate negli anni. È il sottobosco nel quale si muovono con agilità i "mandarini" vicini alla politica o loro diretta espressione. In questo caso, consolidate amicizie diventano segnalazioni e candidature. È una consuetudine che può condurre a scelte felici o a nomine disastrose. Mentre a Palazzo Chigi si interrogano sul da farsi e si rendono conto di avere in mano 350 casse di nitroglicerina, la Capitale in queste settimane è scenario di frenetiche trattative che servono a disegnare un nuovo assetto di potere per i prossimi anni. Sono al lavoro un po' tutti: politici, amici dei politici, lobbisti, amici degli amici, ciarlatani. Una fiera medievale.

È questa la prova che attende il governo di Matteo Renzi, selezionare una classe dirigente capace di affrontare le sfide della contemporaneità, non disperdere il buono (che esiste) e cancellare il cattivo (altrettanto presente) nelle società partecipate direttamente e indirettamente dallo Stato. Quella di Renzi è una caccia al Tesoro.

Domanda dell'uomo qualunque: e se non conosco nessun potente, sono in gamba, ho un buon curriculum e penso che questo sia un Paese meritocratico che faccio? Sul sito del MEF c'è un indirizzo mail per presentare la propria candidatura, eccolo: candidature@tesoro.it

È una mossa da Alice nel paese delle meraviglie. Buona fortuna.