Crescita e lavoro. Sono gli obiettivi dichiarati - nei prossimi mesi vedremo quanto realizzati - dell'Unione europea per il 2014 e gli anni a venire. Tutti considerano la grande crisi alle spalle, ma lo scenario della produzione di ricchezza nell'eurozona rimane incerto. Mario Draghi ieri ha ribadito la linea "wait and see" della Banca centrale europea: tassi invariati, un po' più di fiducia sulla ripresa e nessuno spettro deflazione all'orizzonte. Quello di Draghi è uno stop and go dettato dalla realtà economica e dalle condizioni politiche del Vecchio Continente: pil in crescita a macchia di leopardo, tensioni crescenti tra i paesi della nuova lega anseatica (guidata dalla Germania) e il Club Med del debito pubblico (capeggiato dall'Italia). Mentre gli Stati Uniti cercano di irrobustire la loro ripresa economica, l'Europa stenta a trovare un filo conduttore comune e, di fatto, la Bce di Draghi è lasciata sola ad affrontare la crisi. L'euro continuerà ad essere molto forte nei confronti del dollaro (oggi ha toccato quota 1.3896, il livello più alto dall'ottobre del 2011) e questa per il nostro sistema industriale orientato all'export non è una buona notizia.

Se questo è lo scenario, l'Italia dovrà escogitare una strategia interna "di rottura" per evitare la stagnazione dell'economia anche nel 2014. Che fare? Il governo di Matteo Renzi cerca di abbassare la pressione fiscale, le opzioni sono le più varie e la prossima settimana dovrebbe cominciare a manifestarsi qualche intenzione più concreta, per il momento una cosa sola è certa: servono molti soldi e la coperta è corta, cortissima. Da dove prendere le risorse? Uno dei punti chiave è la Spending Review, cioè il taglio della spesa. Per molti una chimera, per questo governo una delle poche soluzioni possibili. Lo Zar della spesa, Carlo Cottarelli, sta preparando un piano per ridurre di 32 miliardi la spesa entro i prossimi due anni. Ci riuscirà? La bussola per capirlo - oltre ai sommovimenti della politique politicienne - arriva da un dossier di documentazione appena pubblico dal Servizio di Bilancio del Senato.

Il primo passo da fare è quello della valutazione sistematica della spesa pubblica per giungere a "un miglior controllo della spesa aggregata da parte dello Stato e una migliore definizione delle priorità di spesa". Obiettivo ciclopico da raggiungere scavando qua e là in una miniera che vale circa 800 miliardi di euro l'anno, il cinquanta per cento del prodotto interno lordo. Non è solo un'operazione per individuare i risparmi, ma anche e soprattutto per individuare come, dove e perché si spendono i soldi pubblici. Come si procede?

Leggiamo il dossier preparato del Senato:

L'Ocse individua quattro stadi nel processo di spending review:

- lo stadio dell'inquadramento, in cui si disegnano gli aspetti chiave del sistema di revisione;

- lo stadio di individuazione dei parametri rilevanti, quali gli obiettivi di risparmio, i temi oggetto di revisione, le scadenze procedurali;

- lo stadio di definizione delle opzioni di risparmio da sottoporre alle autorità di bilancio;

- lo stadio di adozione delle misure di risparmio, in cui si approvano le decisioni finali.

La definizione delle opzioni di risparmio (terzo stadio nell'elenco precedente) può avvenire in base a tre approcci alternativi a seconda del ruolo assegnato al ministero delle finanze e ai ministeri di spesa:

- revisione "dal basso verso l'alto" (bottom-up review), in cui i singoli Ministeri sviluppano le proprie opzioni di risparmio mentre il ministero delle Finanze prepara delle opzioni alternative;

- revisione "congiunta" (joint review), in cui le opzioni di risparmio sono sviluppate congiuntamente dal ministero delle Finanze e da quelli di spesa nei gruppi di lavoro;

- revisione "dall'alto verso il basso" (top-down review), in cui le opzioni di risparmio sono sviluppate dal ministero delle Finanze con limitato coinvolgimento dei ministeri di spesa.

La revisione della spesa si concentra su temi specifici che possono essere raggruppati in tre categorie:

- revisione dei programmi di spesa del bilancio;

- revisione dei processi organizzativi;

- revisione degli enti (ad esempio ministeri).

Quella Ocse non è una classificazione puramente teorica, ma un modello che si basa sulle esperienze in corso in altri Paesi sul contenimento della spesa: Australia, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Regno Unito, offrono una casistica interessante, si passa dai 384 milioni di dollari australiani risparmiati dal governo di Camberra, agli 81 miliardi di sterline di tagli programmati da Londra in un quadriennio. È la reazione alla grande crisi partita nel 2008 e nessuno è immune.

E l'Italia? Ha in programma una "revisione funzionale e strategica" che riguarda tutti i ministeri. Il programma di Cottarelli prevede la seguente progressione temporale: 0,49 miliardi di euro per il 2014, 4,37 miliardi per il 2015, 8,87 miliardi per il 2016, 11,87 miliardi per il 2017 e 1,19 miliardi a decorrere dal 2018. Il primo elemento da valutare dunque è l'agenda: nel 2014 le risorse disponibili sono scarse, nemmeno mezzo miliardo di euro. Ma il programma economico del governo Renzi aspira ad essere un format "cotto e mangiato", vuole incidere subito sulle dinamiche dell'economia. Domanda: il programma sarà anticipato o ampliato? Ci sono risorse alternative?

Cottarelli in più occasioni ha invitato il governo e il Parlamento a "fare in fretta". Attendiamo lumi dal ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. L'agenda predisposta dal commissario prevede entro aprile due passaggi: 1. la formulazione degli obiettivi di finanza pubblica per le amministrazioni centrali e locali; 2. l'analisi dell'impatto macroeconomico delle misure. Entro il periodo di maggio-luglio dovranno essere varate le misure che avranno effetto sul 2014 e il triennio successivo. È questa la vera agenda del governo Renzi che nel 2015 dovrà rivedere il piano e riprogrammare gli obiettivi.

La vastità del lavoro è impressionante: bisogna razionalizzare l'acquisto di beni e servizi rafforzando il ruolo di "centrale" della Consip; mettere ordine nell'utilizzo degli immobili (affitti, costi energetici, manutenzione e servizi); riorganizzare e digitalizzare le amministrazioni centrali; rivedere tutta la normativa sull'utilizzo e la retribuzione dei lavoratori del pubblico impiego; mettere in piedi un sistema di costi standard tarato sul fabbisogno; tagliare i costi della politica; riscrivere le leggi sugli appalti; riordinare le società a partecipazione pubblica e vendere quelle non strategiche; decidere come mettere a dieta le amministrazioni territoriali, oggi una voragine senza reale controllo; riordinare tutti i ministeri e le loro ramificazioni finora inesplorate. Si tratta di un piano che ha un nome preciso: rivoluzione. Questa è la vera opportunità nelle mani di Matteo Renzi, il cambiare verso a cui dovrebbe mirare subito. A Palazzo Chigi sono pronti? Il presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia su questo punto devono dare risposte puntuali ed essere pronti a fronteggiare il partito della spesa, un moloch trasversale che alberga in tutti i partiti. La battaglia di Renzi sarà prima di tutto dentro la sua maggioranza, il Pd e il Ncd non sono popolati da persone che hanno un'idea del bilancio dello Stato e i ministri - tutti - governano avendo in testa un solo obiettivo: le elezioni. Renzi, Padoan e Cottarelli per fare strike devono stringere i bulloni della legislatura, altrimenti i loro piani vanno a carte quarantotto e si andrà al voto anticipato con un bilancio scassato dal ciclo elettorale. Buona fortuna.