Il voto finale della Camera sulla legge elettorale slitta ancora: se va bene a lunedì 10. Motivo: caos trasversale sulle quote rosa nelle future liste, e per non farsi mancare niente il congresso di Fratelli d'Italia, una delle frazioni della diaspora dell'ex Pdl. Si rinvia dunque, e di nuovo, la riforma che, una volta approvata, deve lasciare terreno sgombro a tutte le altre, a cominciare da quelle economiche. Nello specifico, la parità di genere (meritevole del massimo rispetto, se però non diventa un pretesto dilatorio) è stata improvvisamente scoperta come irrinunciabile da parlamentari arrivati alla Camera con le liste bloccate: in quel caso, ed eravamo a febbraio 2013 non all'epoca delle suffragette, non avevano nulla da dire? Quanto a Fratelli d'Italia, nessuno nega il diritto a riunirsi a congresso: ma si può bloccare il Parlamento in un momento come questo, con le leggi in scadenza, le riforme urgenti da approvare, una guerra alle porte d'Europa? E soprattutto: se Costituzione alla mano un parlamentare rappresenta il corpo elettorale, mentre i partiti sono soggetti privati (e infatti nascono e muoiono come funghi), quale esigenza viene prima? Questi congressi, e il discorso vale per tutti, non si possono tenere nei periodi di chiusura delle camere? Magari rinunciando a un po' di ferie? O anche nei week end, purché con una programmazione un po' più accurata? Chi sospenderebbe il lavoro in una fabbrica per un convegno di impiegati o dirigenti? A tutto ciò si aggiungono le continue richieste regolamentari dei grillini, che pure si proclamano "cittadini", senza contare le sospensioni dovute a incidenti e gazzarre. Catenacci e insabbiamenti attuati da quegli stessi deputati e senatori che poi si lamentano di fronte alla pratica dei decreti che li "espropria" delle prerogative di legislatori. O sempre da quegli stessi parlamentari presenti invece in maniera massiccia quando si tratta di votare le leggi omnibus di fine e inizio anno, tipo il Milleproroghe ed il Salva-Roma, dove si annidano i famigerati emendamenti-mancia, cioè i favori ai collegi elettorali. Ostruzionismo e lobbismo sono caratteristiche di tutti i parlamenti, a cominciare dal Congresso americano (dove però sono regolamentati). Tuttavia la "bilancia dei poteri" prevede tempi regolamentati, scadenze precise e, appunto, un equilibrio tra parlamentari e governo fissato da costituzioni, leggi e pratiche accettate e rispettate. In Italia no. Avevamo imboccato la strada del bipolarismo e della drastica riduzione dei partiti, ma continuiamo a trovarcene più di quanto ce ne fossero mezzo secolo fa, in pieno proporzionale, senza le urgenze e le emergenze di adesso. Il simbolo di questa situazione è la progressiva scissione dell'atomo dell'ex Scelta Civica, il partito di Mario Monti al quale fu affidato il governo dell'Italia in quanto tecnico e a capo di governo di altri tecnici, tutti fuori dalla politica. Di conseguenza, e ovviamente non per colpa solo degli ex montiani, abbiamo il record mondiale delle leggi, frutto a loro volta del boom di emendamenti su ogni singola legge o leggina. Matteo Renzi, che per ora in Parlamento neppure c'è, ha manifestato il proposito di ridurre drasticamente il numero dei partiti. Silvio Berlusconi, ormai anche lui un ex parlamentare, si è dichiarato d'accordo, e sulla legge elettorale continua a dargli una mano. Ma proprio l'esperienza del centrodestra non parla a suo favore, esattamente come quella del centrosinistra. Siamo preoccupatissimi e allo stesso tempo insofferenti e indignati per le pagelle dell'Europa e del giudizio che danno di noi all'estero, dai mercati agli stranieri che vengono in Italia o hanno a che fare con il nostro Paese. Ma perché non proviamo a guardare in casa, nei luoghi simbolo della nostra classe politica?