Quote rosa in Parlamento: ma di che cosa stiamo parlando? Vediamo la realtà nel mondo evoluto, anziché affidarci come sempre alla retorica e al provincialismo. Ebbene, in Europa tre paesi hanno inserito le quote rosa obbligatorie, con modalità diverse, nei vari tipi di elezione. Per prima la Francia, nel 1990, con una legge che stabilisce un numero eguale di candidati e liste alternate, ma con alcune eccezioni: vale ad esempio per la metà del Senato, per il parlamento europeo, per i comuni con oltre 35 mila abitanti. E, con qualche modifica, per l'Assemblea nazionale, l'equivalente della nostra Camera. Con questi risultati: il 27 per cento dei deputati francesi sono donne, rispetto al 31 per cento dell'attuale Camera italiana e al 36,5 per cento del Bundestag tedesco, che non prevedono le quote rosa. Ma anche al 45 per cento della camera svedese, dove contrariamente a ciò che molti pensano le quote rosa non ci sono, come non ci sono nel resto della Scandinavia. Con la Francia, sono Belgio e Spagna gli unici due altri paesi europei che abbiano leggi sulle quote rosa nelle elezioni parlamentari.

Anche al di là delle percentuali, si può dire che a Parigi, a Bruxelles e Madrid il potere politico si alterni tra uomini e donne? Ma ancora più interessante è la situazione nelle due grandi democrazie mondiali dove il femminismo, in politica e non, è nato a cavallo tra Ottocento e Novecento, e si è affermato dopo la prima guerra mondiale: Stati Uniti e Gran Bretagna. Che hanno introdotto il suffragio universale nel 1918, a seguito del contributo dato dalla popolazione femminile allo sforzo bellico. Per inciso, la Francia ha dato il voto alle donne nel 1946, come l'Italia. La Germania nel 1919. Negli Usa la percentuale di donne al congresso è questa: 18 per cento alla Camera dei rappresentanti, 20 per cento al Senato. In Gran Bretagna: 23 per cento alla Camera dei comuni, 20 a quella dei pari. Eppure gli americani hanno e hanno avuto formidabili esempi di potere al femminile: da Margaret Albright a Hillary Clinton alla segreteria di Stato, Condoleeza Rice consigliere per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Bush. E ancora: Janet Yellen attuale presidente della Federal Reserve, il più potente organismo finanziario mondiale. E Ophra Winfrey, Margaret Whitman (eBay), Brenda Barnes (Sara Lee). In Inghilterra Angela Ahrendts, numero uno di Burberry, ha la retribuzione più alta della City tra uomini e donne: 14 milioni di euro.

Torniamo alla politica? Margaret Thatcher e Angela Merkel non devono la memorabile scalata al potere e l'altrettanto memorabile capacità di leadership alle quote rosa: quanto al fatto di avere seppellito avversari politici e alleati di partito con la loro tenacia e lungimiranza. Quando la Thacher cambiò il suo paese (e il mondo) negli anni Ottanta, in molti club inglesi le donne non avevano diritto di accesso; in alcuni neppure oggi. Ma non ci fu bisogno di una legge per cambiare le cose. Quando la Merkel fece fuori il suo padre politico, Helmut Kohl, non lo fece con la parità di genere, ma con il crudo realismo del potere. Tutte queste donne hanno dato la paga ai maschietti, in politica e negli affari. E altre lo faranno: forse la Clinton alla Casa Bianca, forse la socialdemocratica Hannelore Kraft in Germania, forse un'altra tedesca, ma democristiana, Ursula von der Leyen, ministra della Difesa e pupilla della Merkel. Ci siamo limitati solo alle democrazie occidentali, perché in Russia una donna è a capo della Banca centrale, e si dovrebbe pure parlare di Cristina Kirchner presidentessa argentina, di Michelle Bachelet in Cile, di Dilma Rouseff in Brasile. Comunque le si giudichi, non ci sono certo arrivate con le quote rosa. Dunque, per una volta, cerchiamo di essere seri in Italia. I problemi sono altri, le urgenze ancora di più.