Nella raccolta di slide illustrate da Matteo Renzi ne manca una: cosa significa tassazione delle rendite finanziarie e quali sono gli effetti sul risparmiatore. Il presidente del Consiglio ieri ha fatto un passaggio prima con il tono da Robin Hood e poi da padre rassicurante ("no Bot, tranquilli") ma il sottotesto del suo intervento racconta un'altra storia.

Secondo i dati di Bankitalia, alla fine del 2012 la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è così ripartita:

"Le attività finanziarie ammontavano a 3.670 miliardi di euro, in crescita a prezzi correnti rispetto a fine 2011 (4,5 per cento). Il 42 per cento era detenuto in azioni e partecipazioni in società di capitali, obbligazioni private, quote di fondi comuni di investimento, partecipazioni in altre società, titoli esteri e prestiti alle cooperative. I depositi bancari, il risparmio postale e il contante rappresentavano poco più del 31 per cento del complesso delle attività finanziarie; la quota investita direttamente dalle famiglie in titoli pubblici italiani era pari al 5 per cento. Le riserve tecniche di assicurazione, che rappresentano le somme accantonate dalle assicurazioni e dai fondi pensione per future prestazioni in favore delle famiglie (incluse le forme volontarie di risparmio assicurativo), ammontavano al 19 per cento del totale delle attività finanziarie".

Se i numeri non sono un'opinione, significa che la decisione del governo di aumentare la tassazione dal 20 al 26 per cento sugli strumenti finanziari che non sono di origine pubblica (Bot, Btp, conti correnti postali, etc.) crea due mercati concorrenti nella raccolta ma con un trattamento fiscale asimmetrico: da una parte le "rendite" con una tassazione che dal 1° maggio scatta al 26 per cento, dall'altra un settore "pubblico" che gode di un trattamento di favore con un prelievo del 12.5 per cento. Nella torta del risparmio questo significa che il 41 per cento della ricchezza finanziaria nazionale pagherà di più, mentre quel 5 per cento di famiglie che detengono direttamente titoli di Stato godranno di un trattamento di favore. Eppure, in entrambi i casi siamo di fronte a una "speculazione", cioè a soggetti che cercano di trarre un guadagno dal proprio investimento. Gli effetti sulla raccolta e gli investimenti arriveranno presto, ma è facile pensare che il gestore di un patrimonio personale andrà dal suo cliente con in testa una sola idea: come spostare i soldi investiti in azioni, obbligazioni e fondi da un'altra parte. La prima idea sarà quella di dirottare gli investimenti sul debito sovrano; la seconda di trasformare i titoli in liquidità e parcheggiarla sui conti correnti postali; la terza di trovare strumenti di diritto estero che non siano soggetti al torchio fiscale italiano. Tre palle, un soldo.

Il risparmio in Italia in questi ultimi anni è stato sottoposto a un rally fiscale: dal 2011 al 2012 il gettito è passato da 6,7 a 13 miliardi di euro, nel 2013 secondo le stime è passato a quota 17 miliardi. Con questo salto in alto della tassazione il prelievo si avvicina al gettito Imu (24,7 miliardi nel 2012). Le cifre macro tuttavia non danno esattamente la dimensione del fenomeno. La realtà irrompe nel portafoglio del risparmiatore quando si fa il conto su un deposito piccolo o medio. Mario Seminerio, economista, l'ha fatto sul suo blog Phastidio.

Esempio: un deposito bancario da 100.000 euro, con rendimento annuo lordo del 2%.

• Reddito da interesse (la “rendita pura”): euro 2.000;

• Ritenuta d’imposta 26%: euro 520;

• Imposta di bollo 2 per mille: euro 200;

Totale prelievo: euro 720;

Pressione fiscale totale sul reddito da capitale prodotto dal deposito: 720/2000 = 36%

Trentasei per cento. Un prelievo su denaro che, nella maggior parte dei casi, è frutto di un lavoro già tassato alla fonte, i risparmi di una vita, la vendita di un immobile ereditato o comprato quando i prezzi erano ancora accessibili e l'apprezzamento del mattone ha suggerito di realizzare un tesoretto in liquidità da reinvestire in futuro in altre attività o nell'educazione dei figli. Il combinato della ritenuta e dell'imposta di bollo ha un effetto micidiale, è una patrimoniale sulla ricchezza che sommata al prelievo sugli immobili (vedremo presto gli effetti della nuova legislazione) ha un impatto enorme sulla disponibilità di risorse delle famiglie italiane, in particolare della classe media.

Con questa manovra, il governo entra in banca e fa un prelievo diretto dal conto di deposito. Non c'è bisogno di definirlo "forzoso", è operativo dal 1° maggio e basta. Riguarda potenzialmente una platea vastissima di cittadini. Citiamo sempre Bankitalia: "La ricchezza detenuta in depositi bancari alla fine del 2012 è posseduta per il 93,6 per cento dalle famiglie consumatrici e per il restante 6,4 per cento dalle famiglie nella funzione di imprenditori". Che consistenza hanno i conti? Ecco la risposta, sempre da Bankitalia: "L’ammontare medio per cliente era pari a oltre 14 mila euro, con un’elevata variabilità fra le macroaree geografiche: il valore medio per il Nord Ovest era di oltre il 50 per cento più alto di quello registrato al Sud e nelle Isole. Alla fine del 2012, la quota di ammontare detenuta dalle famiglie nelle classi di importo fino a 50.000 euro era pari al 42 per cento; le classi di importo superiore (fra 50 mila e 250 mila e oltre 250 mila) registravano ammontari pari rispettivamente al 40 e al 18 per cento. A fine 2012, le famiglie consumatrici possedevano il 96 per cento dei titoli detenuti in custodia presso le banche italiane dal settore delle famiglie; il restante 4 per cento era di proprietà delle famiglie produttrici. L’importo medio dei depositi di titoli in custodia nel 2012 è risultato di 85 mila euro per cliente (52 mila euro per conto), in aumento rispetto al 2000 a prezzi correnti (52 mila per cliente, 25 mila per conto)".

L'unica alternativa è cambiare tipo di investimento e la conseguenza è che il nostro mercato azionario già affetto da nanismo ha un altro disincentivo con cui fare i conti. Proviamo a immaginare cosa farà di fronte a un simile scenario un grande risparmiatore che ha investito qualche milione di euro in azioni o obbligazioni. Prima mossa, semplice: liquida il portafoglio e compra titoli di Stato. Il suo guadagno è immediato: dal 26 per cento al 12,5 per cento, cioè 13.5 punti di pressione fiscale in meno. Non è questa una distorsione della concorrenza in un settore che dovrebbe avere come scopo anche quello dell'allineamento del trattamento fiscale dei prodotti finanziari? Cos'ha da dire l'Abi su un punto così delicato? E la Borsa Italiana? I regolatori del mercato intendono stare a lungo silenti? I privati che collocano prodotti finanziari sono figli di un dio minore e i loro clienti dei cittadini di serie B? Da quando il debito pubblico è considerato free risk e zona franca tributaria? Chi investe in quote di capitale nelle aziende è da punire? Mentre chi compra debito pubblico è un filantropo che non sa cosa sia il capital gain?

Il tema è quello di una patrimoniale mascherata in cui lo Stato gioca un ruolo che è sempre win-win, non perde mai, mentre il risparmiatore si trova di fronte a una gimkana finanziaria. Se mantiene il suo patrimonio in azioni e obbligazioni, subisce un fortissimo prelievo automatico che finisce nelle casse dello Stato; se cambia natura e struttura del suo portafoglio titoli optando per l'acquisto di debito pubblico risparmia sul fronte fiscale, ma perde potenziale redditività mentre lo Stato incassa quote crescenti di debito sovrano detenute da cittadini italiani; se mette la liquidità nei conti correnti postali fa sempre il gioco dello Stato che incassa denaro attraverso la Cassa depositi e prestiti che emette i Buoni fruttiferi e i Libretti di risparmio postale. In un sistema così disegnato, la concorrenza è messa all'angolo con la frusta fiscale e si realizza un sistema di oligopolio pubblico del mercato finanziario. E' una matrioska famelica in cui alla fine solo uno paga, il risparmiatore e solo uno incassa a rischio zero, lo Stato.