Si dice che quando un nuovo modello di auto esce sul mercato il miglior metodo per capire se avrà successo è osservare di quanto invecchia la concorrenza. Non c'è dubbio che Matteo Renzi ha fatto invecchiare, e di molto, il resto della politica italiana. Sia la sinistra dalla quale proviene, sia il centrodestra con il quale si è temporaneamente alleato sulla legge elettorale. Amici e avversari, compresa quella terra di mezzo composta da centristi, alfaniani e simili.

La prima vittima dell'invecchiamento precoce è il Pd. Renzi ha alcune caratteristiche radicalmente diverse dai segretari e dai presidenti del consiglio democratici, a loro volta tutti ex Ds e quindi figli o nipoti del Pci. Non si tratta solo della sua estrazione e cultura cattolica: anche Rosy Bindi lo è. Renzi è invece il primo leader del ceppo democratico che non sia assillato dalla questione Berlusconi. Che cioè non si pone il problema né di distruggere il Cavaliere, o ciò che resta del berlusconismo, né di fingere di combatterlo tentando accordi sottobanco. Quegli accordi li ha fatti alla luce del sole, e probabilmente sarà alla luce del sole che vorrà batterlo nelle urne. Stop. Non è questo il solo punto di diversità. Gli altri leader di sinistra parlavano sempre prima al loro popolo, poi al Paese. Renzi inverte l'ordine di priorità. Certo, è passato per le forche caudine delle primarie e c'è passato stavolta da sinistra. Ha presentato la sua prima manovra come "la più di sinistra di sempre". Ma questi sono slogan, un nodo di mettere le mani avanti. La realtà è che Renzi non parla ai "suoi", non parla alla Cgil, non parla neppure a quelle élite ministeriali, istituzionali e bancarie che nelle altre élite della sinistra hanno sempre trovato interlucutori sicuri. Il metodo Renzi, sotto questo profilo, fa venire in mente il motto napoleonico mutuato da De Gaulle: l'intendenza seguirà. L'intendenza, in questo caso, è costituita dalla burocrazia pubbblica, ma anche dai vertici istituzionali, Quirinale compreso, nonché da quella costante della vita pubblica italiana che si chiama parti sociali.

Ecco un altro capitolo. Di fronte al malumore della Confindustria e della Cgil, Matteo Renzi ha reagito nella stessa identica maniera: "Ce ne faremo una ragione". Per ripescare qualcosa di simile occorre tornare ai tempi del primo Berlusconi, e ancora di Bettino Craxi. Sennonché allora la concertazione era molto più forte e armata di adesso: auguriamoci che il premier abbia miglior fortuna, e che quindi l'intendenza, ministeriale e sociale, possa seguire davvero.

Del centrodestra abbiamo detto. È in difficoltà e la rimonta nei sondaggi è un'illusione ottica. Probabilmente le elezioni europee faranno risaltare tutto questo. Ma Renzi, non essendo antiberlusconiano, non ha "bastonato il cane che affoga", non è quello il suo scopo. Ha invece approfittato per chiudere l'accordo sulla riforma elettorale, e probabilmente manterrà aperto il dialogo con il Caimano. Ma il suo obiettivo non è più di difendere la trincea della sinistra, e neppure di affermarne la vocazione maggioritaria come intendeva Walter Veltroni. Per la prima volta un leader di quella parte va apertamente a cercarsi i voti, e soprattutto la simpatia ed i consensi, anche dall'altra. In partibus infidelium: questo comporta ovviamente che parecchie modalità e contenuti siano quelle care agli elettori moderati. Il premier non intende annettere pezzi di partito, comporre nuove alleanze, servirsi di micro-movimenti ex centristi come foglia di fico: questo era il metodo di Bersani e poi di Letta. Renzi mira direttamente a scaldare i cuori di molti orfani del berlusconismo, e poi di chiedere direttamente il loro voto.

Ma prima di tutto questo, cioè prima che il premier possa capitalizzare il consenso nelle urne, c'è, tanto per cambiare, l'Europa. L'approccio è diverso da quello che abbiamo visto negli ultimi anni. Pare di capire che Renzi non intenda tanto compiere atto di sudditanza agli organismi istituzionali come la commissione (non la Bce), che del resto hanno perso largamente status, a cominciare dalla Germania. Ma proprio per questo è a Berlino, con Angela Merkel, che il nuovo titolare del governo italiano dovrà intraprendere un negoziato serrato. Sul piatto però non basterà mettere la ripresa dei consumi attraverso i cento euro rimessi nelle tasche dei ceti medio-bassi, né il minitaglio dell'Irap per le imprese, e neppure la più importante operazione di restituzione dei debiti della pubblica amministrazione. Con la Cancelliera dovrà agire su due fronti: aggiungere le riforme strutturali che attualmente mancano, e che riguardano soprattutto il mercato del lavoro, la cui riforma è richiesta da anni sia dalla Bce sia dai paesi partner. Non basta l'apprendistato, serve proprio un diverso impianto della legge e delle regole, che tra l'altro riduca le tutele giuridiche dei garantiti, come è nel resto del mondo, compensate da un'indennità universale, sempre come nel resto del mondo. Ancora come nel resto del mondo, si dovrà cominciare ad equiparare lavoro pubblico e privato, perché dopo la Francia siamo il paese occidentale a più forte asimmetria e mancanza di concorrenza. Soltanto così l'Italia tornerà ad essere attrattiva per gli investimenti dall'estero, risolvendo buona parte dei suoi problemi contabili con l'euro, e anche i problemi dell'Europa stessa dove gli investimenti si incanalo ormai, nell'area Euro, quasi solo verso la Germania ed i suoi satellit.

Il secondo fronte è dato dalla promessa di intercettare il più possibile di voti euroscettici, la vera grande incognita delle prossime elezioni. Qui, oltre che su deficit e debito, Renzi cercherà di presentarsi come uomo d'ordine e di garanzia. Come un forte interlocutore di sinistra non ideologica, il contrario di quel che ha fatto finora Hollande in Francia. Dovrà però dimostrare di essere davvero forte, sia elettoralmente sia sul piano sociale. Agli altri non interessa tanto il colore politico di chi è in sella a Roma, quando che sia in grado di reggersi sul cavallo e correre nella direzione giusta. In breve, deve dimostrare capacità vere di leadership.

È un percorso difficile ma non privo di logica. Che va molto oltre il Renzi-Fonzie che ha tanto stupito i giornali abituali ai mandarinismi della vecchia politica e della vecchia amministrazione. Per ora siamo al "wishful thinking", alla speranza che si auto-genera e si traduce in realtà. È del resto la molla che ha portato in alto molti leader mondiali, di destra e di sinistra, Merkel compresa. E che in Italia ha funzionato per un po' con Berlusconi. Non sottovalutiamo questo effetto: senza, oggi, anziché stare a commentare un bollettino della Bce ci prepareremmo ad aprire le porte alla troika europea, o più probabilmente ai commissari del Fondo monetario.