Perché Matteo Renzi quando è a Berlino è molto conciliante e rassicurante con Angela Merkel, a cominciare dal rispetto italiano del vincolo di deficit del tre per cento, mentre in Italia, come ieri in Parlamento, non fa che definire anacronistico quello stesso tetto? La risposta più ovvia sta nel fatto che in Germania il premier parla ai tedeschi, al loro governo e alla loro classe dirigente, ultra-diffidente nei confronti dell'Italia. Diffidenza che le prime indiscrezioni attendibili sul colloquio Merkel-Renzi confermano, al di là del feeling che può instaurarsi tra i due. In Italia, ma anche in Francia, Renzi si rivolge invece a opinioni pubbliche e ad élite che non solo coincidono con il suo elettorato di sinistra, ma che anche quando votano centrodestra non tifano certamente per l'Europa a trazione tedesca.

Ma questo non spiega tutto, e non è neppure la ragione principale del doppio registro del capo del governo. Bisogna dunque scavare un po' e fare affiorare che cosa si sta muovendo sottotraccia nel potere europeo, e scopriremo la vera scommessa di Renzi. E cioè: alle elezioni europee del 22-25 maggio si sta profilando un sorpasso dei partiti di centrosinistra, guidati dal Pse (nel quale il Pd renziano è appena entrato a tutti gli effetti) a danno dei Popolari, il cui azionista di maggioranza era e resta la Cdu della cancelliera Merkel. A seconda degli istituti di sondaggi il Pse otterrebbe nel nuovo Parlamento di Strasburgo dai 214 ai 215 seggi, con tendenza in crescita. Il Ppe dai 213 ai 211, con tendenza in calo. 

Margini risicati, certo. Ma non bisogna dimenticare che i socialdemocratici europei hanno attualmente 195 europarlamentari, e dunque ne guadagnerebbero una ventina; mentre i popolari ne hanno 274, e ne perderebbero oltre quaranta. Un travaso complessivo di sessanta poltrone dall'uno all'altro dei due partiti storici del continente. Al quale seguirà nei mesi e nelle settimane successive - quelle del semestre a guida italiana, cioè di Renzi - una conseguente redistribuzione delle cariche di vertice dei vari organismi comunitari, dalla Commissione di Bruxelles in giù. Né il Pse né il Ppe otterrebbero la maggioranza assoluta dell'Europarlamento, che sarà composto da 751 deputati. Come accade del resto in quello attuale. E dunque scendendo ai possibili alleati, ecco che i liberaldemocratici (Alde) scenderebbero da 84 a 66 seggi, mentre la sinistra delle due sigle Gue-Ngl salirebbe da 35 a 59. I conservatori, quasi tutti inglesi, precipiterebbero da 57 a 40, e ancora peggio i Verdi da 58 a 37. Gli euroscettici non registrerebbero il boom previsto, passando da 31 a 33 deputati. Al contrario i non iscritti, i cosiddetti cani sciolti di vari fronti, triplicherebbero da 32 a 90, senza però risultare influenti ai fini delle alleanze e del potere.

Naturalmente tutto è suscettibile di cambiamenti, ma è difficile che il trend si inverta. Sulla base dei numeri che abbiamo indicato il blocco Pse-Verdi-Sinistra avrebbe 311 europarlamentari. Quello Ppe-conservatori 251. Sarebbero decisivi i liberaldemocratici che benché in calo potrebbero consegnare la maggioranza al centrodestra, ma a caro prezzo. E comunque nessuno dei due schieramenti otterrebbe il controllo del parlamento. Ma il centrosinistra, con il Pse in maggioranza relativa, riuscirebbe a eleggere il presidente della Commissione di Bruxelles. Il suo candidato è il socialdemocratico tedesco Martin Schultz (quello dei popolari il lussemburghese Jean-Claude Juncker, un eurocrate di lunghissimo corso), non precisamente un filo-Merkel, nonostante la Grande Coalizione al governo in Germania. Da questa nomina deriverebbero a cascata tutte quelle successive, dalla composizione della commissione stessa al presidente del Consiglio europeo al rappresentante per la sicurezza, fino al segretario politico della Nato. È per queste caselle che Renzi ha intenzione di giocare le proprie carte. Per ora ha fatto balenare alcune possibili candidature (Enrico Letta, Massimo D'Alema), ma siamo ai preliminari. Il vero obiettivo di Renzi è di far saltare Olli Rehn, il potentissimo e filotedesco commissario agli Affari economici, che è stato il castigamatti di tutti gli ultimi governi italiani. Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha un buon rapporto con Rehn, ma ancora più stretto è quello con Marco Buti, che nella Commissione è direttore generale degli Affari economici. Vale a dire che mentre quella di Rehn è una nomina politica, quella di Buti è una posizione stabile. Ed è in lui che ministro e premier italiano hanno individuato uno sherpa autorevole e un interlocutore sensibile.

Più Renzi porterà voti al possibile successo del centrosinistra europeo, più forte sarà la sua voce in capitolo nel dopo. E migliori saranno le possibilità che la presidenza italiana della Ue, nel secondo semestre dell'anno, non si limiti a una carica prevalentemente notarile.