Che cosa spinge un investitore a puntare su un determinato paese? Un insieme di fattori (regole sul lavoro favorevoli, bassa tassazione degli utili, stabilità almeno nel medio termine, e molto altro), ma tutti riassumibili in una formula: la possibilità di realizzare un buon business. Da quando questa parola - business - è stata sdoganata anche dalla sinistra, e ieri anche Matteo Renzi l’ha citata come auspicio nella conferenza stampa con Barack Obama, se ne può parlare liberamente anche dal punto di vista imprenditoriale. Negli ultimi mesi si direbbe che l’Italia sia divenuta attraente per gli investitori stranieri. La People Bank of China, cioè la banca centrale di Pechino, è divenuta il secondo singolo azionista dell’Eni ed il quarto dell’Enel, comprando poco più del due per cento dei nostri gruppi energetici controllati dal Tesoro, che per inciso sono anche i primi due titoli per capitalizzazione di piazza Affari. Secondo azionista di Enel è il fondo americano BlackRock, il più grande gestore mondiale di soldi, che nelle ultime settimane ha anche acquisito quote rilevanti di IntesaSanpaolo, Unicredit e Montepaschi divenendo anche lì il secondo azionista.

Prima di trarre conclusioni affrettate sarà bene ricordare che BlackRock - sede a New York e 11.200 dipendenti sparsi nel mondo - è già il primo azionista in metà delle 30 maggiori multinazionali del pianeta, a cominciare da Google, Apple e Microsoft, come ha fatto notare una recente inchiesta dell’Economist. Dunque non c’è ancora nessuna attenzione particolare, almeno dagli Usa, per gli investimenti in Italia. Ma è evidente che se questi, così come quelli cinesi, non fossero arrivati, sarebbe peggio. Diverso il caso dello shopping nella moda e nei brand del lusso, un fenomeno che dura da anni e che dipende da due fattori: assicurarsi aziende di prestigio ed in grado di resistere alle crisi (“Diamonds are forever” era già la musica di uno 007 del 1971), e l’incapacità di fare sistema di questo nostro settore, una specialità invece dei francesi.

Fin qui abbiamo individuato due tipi di investimenti che fanno notizia: quello finanziario nelle nostre aziende principali, energetiche e bancarie, pubbliche e private; e quello industriale nei marchi di gamma alta. Operazioni certamente facilitate sia dai prezzi appetibili e dalla diminuzione del rischio-Paese dopo la crisi del 2011-2012. C’è un terzo ambito di investimento, quello dei titoli di Stato. L’interesse degli stranieri sta tornando anche su Btp e dintorni, come ha confermato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. In questo caso le cause sono da ricercare nella massa di denaro in ritirata dalle economie emergenti, nel buon rendimento che i titoli di Stato italiani continuano ad offrire, nonostante i tassi in calo, e infine nuovamente nella minore percezione di rischio. Certo, chi avesse mantenuto le posizioni o comprato nel 2011, quando la Deutsche Bank vendeva, oggi si troverebbe con eccezionali guadagni in conto capitale e con cedole da favola. Un vero speculatore, nella accezione migliore del termine, si muove in questo modo. Ma gli investitori istituzionali devono rispettare altri parametri.

Detto tutto questo, è ancora presto per dire che l’Italia stia tornando ad essere un buon affare per gli investimenti, com’era stata per parecchi decenni. Ovviamente le multinazionali della distribuzione, dalla Coca-Cola all’Ikea, continuano ad aprire anche da noi, così come le reti vendita delle case automobilistiche. Ma si tratta prevalentemente di presidiare fette di mercato. Tuttavia ieri abbiamo avuto il quinto rialzo consecutivo dell’indice di fiducia delle imprese, tornato ai livelli del 2011, e una prima risalita di quella dei consumatori, forse il dato più atteso. Qualcosa si muove: e vorremmo anche vedere dopo oltre due anni di recessione a consumi in picchiata. La voglia di tornare ad investire la si percepisce anche “a naso”, un indicatore non scientifico e non statistico ma che forse vale anche di più, e soprattutto tra noi italiani.

Però al quadro manca ancora qualcosa. Anzi, molto. Le regole del lavoro sono ancora ingessate, e la maggiore flessibilità per le assunzioni introdotta da Renzi è un buon passo, ma chiaramente non basta. Ai cultori del posto fisso e dell’articolo 18, che sarebbero garanti dell’occupazione, ricordiamo che negli Usa ed in Gran Bretagna, gli stipendi vengono conteggiati e spesso pagati settimanalmente, e così le buonuscite. C’è meno disoccupazione da noi o da loro? Manca inoltre una revisione della giustizia civile: una causa di lavoro va avanti per anni, con norme contraddittorie. E così una pratica burocratica. Manca ovviamente un trattamento fiscale che ci allinei con i competitori almeno europei: solo la Francia riesce a tassare le aziende (ed i lavoratori) più di noi, e i risultati si vedono. In Germania il cuneo fiscale è mediamente più basso di venti punti, e provate a chiedervi come mai Sergio Marchionne ha trasferito a Londra la sede fiscale di Fiat-Chrysler, e in Olanda quella legale. Siamo al paradosso che la Procura di Milano ha chiesto l’assoluzione di Dolce & Gabbana dall’accusa di evasione fiscale riconoscendo come “ottima ragione” l’aver trasferito in Lussemburgo la sede della holding.

Ragionando da italiani e da imprenditori siamo contenti che tornino capitali nel nostro paese. E in qualche misura condividiamo la fiducia o almeno le aspettative generali. Ma perché questi capitali, e queste aspettative, si tramutino in investimenti e iniziative industriali a tutti gli effetti, specie nei settori nei quali siamo rimasti indietro - infrastrutture e hi-tech su tutti - molte cose devono ancora cambiare. Quali siano, lo sanno e lo sappiamo tutti. Il governo sia dia dunque una mossa, se non vogliamo perdere anche questo treno. Gli italiani gliene saranno grati, anche con il voto. Un vecchio slogan dice “piazze piene, urne vuote”: è ancora valido.