Gli ultimi sondaggi che pubblichiamo, dell'istituto Ixè per Agorà (Rai3), sembrano confermare quanto scriviamo da tempo: le prossime Europee saranno una partita tra Matteo Renzi e Beppe Grillo. Con il premier al momento favorito. Ma come l'esperienza insegna, mai sottovalutare la protesta trasversale che alla fine orienta il voto verso il Movimento 5 Stelle. Perché quello grillino non è un vero elettorato in senso stretto: è un insieme di malumori, che vanno da destra a sinistra e che proprio alle elezioni per Strasburgo possono trovare terreno fertile. Non essendo ancora ben chiaro a che cosa serva l'Europarlamento, neppure agli addetti ai lavori, siamo infatti chiamati ad esprimerci per quello che appare più un grande sondaggio di opinione, anziché su un programma politico e di governo. Questo facilita enormemente le cose a Grillo e ai suoi, un compito reso per giunta più agevole dal gradimento in picchiata dell'euro e di tutto ciò che riguarda le istituzioni comunitarie.

Renzi, con il suo decisionismo, appare per ora in grado di battere la deriva protestataria. Se ci riuscirà avrà un merito doppio, perché il suo sarà tra quei governi in carica premiati dagli elettori: cosa naturale in Germania, meno in un'Italia ancora prigioniera della disoccupazione e in attesa di una ripresa vera. E se i sondaggi dicono il vero, il giovane presidente del Consiglio cercherà di capitalizzare immediatamente il successo a tutti i tavoli europei, nel semestre a guida italiana. E lo farà con ben altra determinazione, e si spera successo, di Enrico Letta e Mario Monti. Nel frattempo però siamo al match tra lui e Grillo. Sempre stando ai sondaggi, dalla partita politica manca qualcosa e qualcuno. Che fine sta facendo il centrodestra? Che futuro lo aspetta? La situazione di Forza Italia è fin troppo nota, prigioniera dei problemi giudiziari, personali e umani di Silvio Berlusconi. Contrariamente a ciò che molti altri prevedevano, il Cavaliere non pare riesca a sfruttare lo status di vittima della magistratura: le sbandate di un partito dove ormai non si decide nulla prevalgono su un garantismo che comunque agli elettori non è mai piaciuto troppo, sull'apprezzamento per quel che Berlusconi è stato o ha rappresentato, sulla stessa appartenenza dei cittadini al campo moderato. Chi opterà per il voto utile, pur avendo idee di centrodestra, magari sceglierà Renzi; chi vuol protestare premierà Grillo; e moltissimi resteranno a casa.

Detto questo il problema rimane, e ancora più in prospettiva. Non esiste un paese europeo ed occidentale senza un forte partito moderato, che sia al governo o all'opposizione. Naturalmente non esiste neppure la situazione inversa, l'assenza di un forte partito progressista dove governano i conservatori. Né le eclissi temporanee vanno confuse con il tracollo di sana pianta della rappresentanza di una parte politica-elettorale. Jimmy Carter negli Usa, Michael Foot e Neil Kinnock in Gran Bretagna sono stati i simboli di quelle eclissi mentre trionfavano Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Poi però la riscossa dei progressisti americani e inglesi è stata suonata da Bill Clinton e Tony Blair. E fin qui abbiamo parlato di due paesi - Usa e Gran Bretagna - dove l'elettorato è molto più bipolare che da noi, con la partita tra destra e sinistra sempre in bilico. L'Italia invece, in tutta la sua storia, non ha mai visto la sinistra andare oltre ad un terzo o poco più dei voti, e della rappresentanza sociale. Ha vinto certamente delle elezioni, con coalizioni più o meno ballerine, e infatti non durature; e in epoca Prima Repubblica ha anche sfiorato il successo con il Pci. Ma non ha mai rappresentato durevolmente e profondamente il corpo sociale, che era e resta a maggioranza conservatrice o moderata.

Di conseguenza quando questa maggioranza moderata perde, è a causa di un difetto di rappresentanza. Renzi, da politico giovane e abile qual è, ha capito benissimo questa situazione. In parte è lui stesso un moderato, ma pur sempre di sinistra; in parte sta rapidamente sfrondando dalle bardature ideologiche il suo Pd e soprattutto il suo governo. Il "ce ne faremo una ragione" con il quale liquida le proteste della Cgil ricorda abbastanza l'opera di demolizione del vecchio sindacato inglese da parte di Tony Blair. Come abbiamo detto l'effetto Renzi per ora funziona, proiettando il premier ben oltre il 30 per cento, anzi avvicinandolo a quel 37 che non solo rappresenterebbe un record, ma se votassimo per le Politiche gli consegnerebbe anche il premio di maggioranza ed il governo del Paese, senza neppure passare per alleanze di coalizione né ballottaggi. Un uomo solo al comando: bravo, simpatico, pieno di qualità, ma che basa la sua fortuna anche sul fatto di essere percepito come una grande speranza, o come l'ultima spiaggia, o come in grado di rappresentare anche una parte del centrodestra e dei moderati orfani di leader. Questa è la situazione, ed il rischio, della quale devono al più presto rendersi conto i politici del campo del centrodestra. Guardando certo non alle elezioni europee, e neppure a questa maggioranza di governo, ma al futuro. L'area moderata e la sua rappresentanza politica va rilanciata e ricostituita di sana pianta, operazione che non può limitarsi al restare agganciati al sostegno a Renzi: proprio perché il meccanismo dell'Italicum farà sì che sarà Renzi stesso a poter governare da solo, scaricando i suoi piccoli alleati attuali.

Sappiamo che dopo le elezioni molte carte si mescoleranno e presumibilmente si assisterà ad altri passaggi da Forza Italia all'area di Angelino Alfano. Così come già adesso si stanno perfezionando gli accordi tra Alfano, ex Udc, Pier Ferdinando Casini. Va bene, ma non basta un collage di partiti, partitini e liste ad hoc. Serve qualcosa di più. Molto di più. Serve una scossa vera, un programma, delle leadership, personalità nuove, apporti dalla classe dirigente. Forse non basterà per le prossime Politiche, ma getterà le basi per il dopo. E' un'operazione di strategia, non di tattica politica. Ci vuole qualcuno e qualcosa con l'occhio lungo, come del resto sono stati Renzi e il renzismo dall'altra parte. I quali, prima di vincere, hanno perso, ma certo hanno capito che la posta in gioco andava oltre quella sconfitta.