Non è un continuista né fa parte della moltitudine di carristi saliti sul "rullo compressore" di Matteo Renzi. Stefano Fassina nel Partito democratico oggi è come la virgola proibita a calcio balilla, è spigoloso, scartavetrato, di sinistra senza sofisticazioni intellettuali, è nato nel '66 e come il segretario fiorentino non ha fatto il '68, ha studiato alla Bocconi senza imparruccarsi da tecnocrate, conosce le virtù della chiacchiera al Round Robin bar del Willard a Washington, hotel distante "one block" dalla Casa Bianca e a un passo dagli uffici del Fondo Monetario Internazionale dal quale il giovane Stefano nei primi anni Duemila entrava e usciva, prendendo nota dei fasti e nefasti della politica economica globale.

Quando Matteo Renzi ha sfornato il suo Def in giacca e cravatta blairiana, qualcuno si attendeva un "oh yes!" da parte del washingtoniano Fassina. Un tocco all'equità (gli 80 euro), una sforbiciata pop alle busta paga dei manager di Stato, una spending review cottarelliana e finalmente renziana, un'altra strizzata alle banche in quota Bankitalia, e invece... bang! Fassina ha caricato il suo winchester e a Mix24 racconta che no, il piano economico di Mr. Renzi è inutile, anzi, peggio "la direzione di Renzi è una direzione sbagliata. E in continuità con le manovre di Berlusconi dell'estate del 2011 dopo la lettera della Bce, con le manovre di Monti, in parte con le manovre di Letta, e avrà gli stessi risultati che abbiamo raggiunto in questi anni. Cioè, meno Pil, meno occupati, più debito pubblico". Clic. Riavvolgo il nastro. Direzione sbagliata. Leggo le sortite del nuovo governo francese, la discontinuità della politica europea chiesta dal primo ministro Manuel Valls, le sollecitazione a cambiare rotta fatte dal ministro delle Finanze Michel Sapin all'arcigno custode del tesoro tedesco, Wolfgang Schauble. Nel Vecchio Continente c'è aria di dritto e rovescio, di smash sotto rete per chiudere il tempo dell'austerità di Berlino. In Francia Hollande ha dovuto sostituire il capo dell'esecutivo e promettere battaglia a Bruxelles. Ma in Italia chi interpreta questo schema di gioco? Renzi ha dato qualche segnale, ma c'è anche la preoccupazione di non innervosire i mercati - lo spread è tornato finalmente ai minimi - e il ministro dell'Economia Padoan raccomanda e rassicura che con i conti non si magheggia, che stiamo dentro il tre per cento, che la musica è cambiata ma non è buona per un Foxtrot, perché il grave e solenne spartito wagneriano resta. Resta il problema della crescita che nel Def è piantata a un anemico 0,8 per cento. E del debito che nelle previsione schizza al 135 per cento in rapporto al Pil. Disoccupazione? Buio, per ora. Ci sono gli ottanta euro e un rosario di speranze.

Il Def è così impacchettato, mentre la Bce prepara un quantitative easing da mille miliardi. Tutto torna? Chiamo ancora Fassina al telefono per un approfondimento, risponde con il tono di chi non pensa che il documento di politica economica renziana sia timbrato con il sigillo reale del "prendere o lasciare". Quanti sono nel Pd a condividere questa posizione? Fassina è ottimista: "È la posizione che come area Cuperlo avevamo assunto nelle note che mandammo per il programma di governo: allentare per un triennio il deficit e finanziare investimenti produttivi. Non è una proposta certamente maggioritaria, ma trova una certa condivisione nel partito". Ecco, ora sul Def si apre il gioco parlamentare e se è vero che Renzi ha i numeri e conta sulla disciplina di partito, è altrettanto vero che alla sua sinistra qualcosa si sta apparecchiando. Il Def va discusso in aula, ci saranno risoluzioni di maggioranza e di minoranza. E qui Fassina anticipa un paio di mosse: "Noi puntiamo a scrivere la risoluzione della maggioranza al Def". Primo: non si parte con una rottura a prescindere, si vuole - come si dice in questi casi - dare un contributo costruttivo. "Venerdì mattina alla Camera facciamo un incontro sul Def con il gruppo di Civati e Sel". Eccola, la notizia, intorno al Def si sta formando una danza d'opposizione. "Se c'è condivisione bene, se no prenderemo altre strade", continua Fassina che ricorda un passato che ritorna: "Quando espressi le stesse critiche quando c'era Monti, chiesero le mie dimissioni. Erano gli stessi che oggi invocano la fine dell'austerità". Altre strade, vie di fuga? Se premi l'acceleratore delle domande, Fassina mostra di essere fair e, di sicuro, leale con il partito, non cerca la rottura, sa che si costruisce passo dopo passo e spero nel ripensamento del premier, in un aggiustamento di posizione: "Vorrei davvero aiutare il governo a uscire da una trappola, spero che questa posizione lo aiuti a fare delle forzature rispetto a una linea che non funziona. Voglio contribuire al successo di Renzi". Non sono i tempi del "Fassina chi?", non s'ode un rumor di sciabole. Sarà la frequentazione giovanile del Fondo Monetario, una certa diffidenza da sinistra retrò, ma Fassina si è insospettito per la mossa della Banca centrale europea e per il cambio di rotta di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, improvvisamente vicino a Mario Draghi. "Desidero spostare Renzi da quella rotta che ha prodotto i risultati che conosciamo. Le cose non stanno andando bene come si crede. Il fatto che la Bce con il consenso della Bundesbank arrivi al quantitative easing vuol dire che la situazione è drammatica. E noi in Italia, in questo scenario, proponiamo una ricetta da anni Novanta".

Disquisizioni sugli anni Novanta, Blair o il laburismo renziano, è chiaro che l'area delle minoranze si sta riorganizzando, la riunione dei parlamentari democratici "non allineati" di qualche giorno fa era un primo segnale, il vertice di venerdì esce anche dal confine del "dissenso" interno per allargarsi ai vendoliani più che mai in cerca d'autore. Fassina è là, non pensa a una forzatura né a proporsi leader del domani di "cose" ancora troppo in fieri, fa solo un abbozzo politico che diventa biografia: "Vivo la mia posizione come scomoda, ma onesta. Non voglio sorprese amare, prima di tutto per Renzi". Ci sono di mezzo le Europee, si devono fare le liste. "Tra me e Matteo il rapporto personale è ottimo, nessuna guerra fredda". Finiranno per giocare insieme a calcio balilla, senza virgola.