È perfino superfluo dire che l’affidamento di Silvio Berlusconi ai servizi sociali, con la possibilità di usufruire della conseguente “agibilità politica”, è il minor danno per il Cavaliere ma anche la migliore opzione per Matteo Renzi, al cui governo non verranno meno i voti di Forza Italia per la riforma elettorale ed istituzionale, e forse qualche altro soccorso azzurro nei momenti del bisogno. Al tempo stesso Berlusconi resta per Renzi un avversario azzoppato, probabilmente per sempre. Una congiunzione astrale invidiabile.

Il cammino del premier-segretario-Rottamatore sembra dunque in discesa; ma spesso i piani inclinati sono i più scivolosi. L’ascesa rapidissima di Renzi resta un fenomeno e non solo per gli standard italiani, anche e soprattutto sul piano mediatico. Nessuno per esempio si meraviglia né a quanto pare va a controllare il tempo che tutti i telegiornali e quasi tutti i talk show dedicano a premier nelle sue molteplici vesti. Renzi è dominus del governo, del suo partito, dell’opinione pubblica, in altri termini del potere. Chapeau. Ora però stanno appunto arrivando le scadenze più insidiose. Non parliamo solo dell’attuazione del Def e del piano di riforme, che dovranno comunque convincere l’Europa, i mercati e le agenzie di rating: siamo abbastanza convinti che almeno nel breve termine il capo del governo porterà a casa quanto promesso.

Parliamo invece delle scelte che lui personalmente, il suo staff ed il governo dovranno effettuare nei prossimi giorni per alcune cariche chiave dell’amministrazione e per le aziende controllate dal Tesoro, altrettanto strategiche. Per esempio Attilio Befera ha annunciato che lascerà tra due mesi il posto di capo dell’Agenzia delle Entrate: va trovato un rimpiazzo adeguato che unisca competenza, efficienza, trasparenza e neutralità politica. Comunque si voglia giudicare il ruolo spesso oppressivo del fisco, e anche certi comportamenti impropri di alcuni dirigenti dell’Agenzia e di Equitalia, quelle quattro caratteristiche non sono mancate a Befera e alla sua gestione, al punto da aver fatto rapidamente dimenticare le sue origini e simpatie politiche (lanciato dall’ex ministro Ds Vincenzo Visco, il suo secondo matrimonio fu celebrato Ugo Sposetti, già tesoriere della falce e martello; nel frattempo ha servito correttamente sotto Giulio Tremonti, Mario Monti, Enrico Letta).

Si tratta di individuare un profilo all’altezza, magari aggiornando la missione del fisco (meno blitz nelle località vip e più controlli informatici), ma sempre nel nome dell’equidistanza del ruolo. In altri termini, non è certo un capo di gabinetto quello che il governo dovrà rapidamente trovare. Anche per alcune delle aziende pubbliche vale lo stesso discorso. Le poltrone non sono ovviamente tutte uguali: la differenza fondamentale è data da chi agisce pienamente sul mercato, e se la vede con la concorrenza mondiale, e chi si occupa di sottogoverno romano. Il rinnovamento va bene, la continuità non è un valore di per sé; ma gli effetti speciali e perfino il ricambio generazionale in questi casi è meglio lasciarli da parte. Il massimo sarebbe di scegliere sul mercato, anche internazionale; ma occorre, almeno in quei pochissimi casi, dare compensi, appunto, di mercato. Oltretutto Renzi non può dimenticare, e certamente non lo dimentica, che in questo momento nel suo partito è praticamente un uomo solo al comando. Il Pd è tuttora quello plasmato e nominato in Parlamento dalla segreteria Bersani, frutto a sua volta di una lunga serie di mediazioni precedenti. Il che significa che mentre sull’asse Firenze-Roma tutto si muove, un po’ meno accade in periferia, dove a quanto ne sappiamo la capacità di mobilitazione e di rinnovamento è un po’ scarsa. Ne abbiamo visto qualche esempio dopo la presentazione delle capilista alle Europee, con alcuni dei “migliori amici” di Renzi che hanno fatto macchina indietro mettendosi sulla sponda del fiume.

Per questo Renzi è sempre tentato dalle elezioni, per avere anche un partito disponibile, oltre che un’opinione pubblica. Ma non si può certo tornare alle urne ora, e qualcuno avrà notato che l’ascesa di Renzi nei sondaggi è notevole, ma non irresistibile. Se si votasse oggi, per esempio, non raggiungerebbe il 37 per cento previsto dall’Italicum per evitare il ballottaggio; mentre lui ha spiegato apertamente di puntare al 40. Il premier ha evidentemente lanciato un’opa sull’elettorato moderato, ma nel frattempo è dalla sinistra che deve guardarsi. Così come da molti potenti e potentati che temono il suo attivismo.

Ecco perché diciamo che i percorsi in discesa possono rivelarsi pericolosi. Il potere e la popolarità inebriano, e chiaramente servono. Ma da ex sindaco, circondato da molti altri amici sindaci, Renzi a palazzo Chigi non ha ancora la maggioranza blindata che la legge garantisce ai primi cittadini.