La rottura tra governo Renzi e sindacato consumata durante il congresso della Cgil a Rimini non poteva essere più netta. Susanna Camusso ha accusato il premier di "torsione democratica", di "atteggiamento verticale insofferente verso la concertazione, che cela un'insofferenza più ampia e grave verso la partecipazione". Renzi ha replicato brevemente che "la musica è cambiata", anche con il sindacato, anche con la Cgil. La "torsione democratica" che la Camusso pare aver preso di sana pianta dal lessico di qualche anno fa è appena meno grave dell'accusa di attentato alla democrazia, finora generalmente riservata ai governi di centrodestra.

Ma la scelta anticoncertativa di Renzi non sta provocando ricadute solo nella Cgil ma anche nella Confindustria, dove il presidente Giorgio Squinzi ha ampiamente rinnovato il vertice alla vigilia del secondo biennio. Un rimpasto ben più che fisiologico e che celerebbe malumori interni e mutamenti di strategia verso l'esecutivo. Anche la Confindustria, non dimentichiamolo, è interessata alla concertazione come i sindacati, e finora con Squinzi lo è parsa ancora di più. Bisogna dire che il presidente del Consiglio - che viene dal Pd e che ha conquistato palazzo Chigi con gruppi parlamentari eletti con la segreteria Bersani, dove l'influenza della Cgil (ma anche di settori confindustriali) è piuttosto forte - ha avuto coraggio a rompere alla vigilia delle Europee con quella che è pur sempre una fetta cospicua del suo bacino elettorale.

I sondaggi però non sembrano penalizzarlo. Pur prendendoli con le molle, il Pd risulta saldamente in testa, avendo come vero avversario il movimento di Beppe Grillo. Dunque non si tratta di un azzardo, ma di una scelta consapevole e forse ben meditata: il gradimento dei sindacati tra gli italiani è molto al di sotto delle loro tessere. D'altra parte tra le grandi democrazie economiche, la concertazione è un fatto solo italiano, e in parte francese. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Spagna, e nella stessa Germania sindacati e organizzazioni imprenditoriali sono forti, forse ancora più che in Italia, ma quando trattano con il governo agiscono dichiaratamente come lobby, nella migliore accezione del termine. Dopodiché si occupano della loro prima ragion d'essere, i contratti di lavoro.

Le parti sociali non vanno certo demonizzate ma devono tornare nel loro ambito specifico. La responsabilità di legiferare spetta al Parlamento, quella di governare all'esecutivo. Non può esistere che la legislazione fiscale venga trattata con i sindacati e gli industriali, e ancora meno che questo venga preteso per le leggi sul lavoro, dove le confederazioni sono parte in causa. Infine, il cosiddetto "bene comune", per usare una formula in voga, riguarda i cittadini nella loro complessità e varietà: non deve essere preso in ostaggio né dai sindacalisti né dagli imprenditori.

Detto questo, ora Renzi deve essere conseguente. Le regole di maggiore flessibilità appena varate, e che tanto hanno fatto infuriare la Cgil, sono giuste, ma affrontano solo una parte della questione lavoro. Se non si liberalizzano i criteri di produttività di chi è dentro il sistema, se soprattutto non si comincia ad eliminare la cassa integrazione a favore di un sussidio attivo alla disoccupazione, continueremo ad avere gli stipendi più bassi d'Europa, ai quali fanno da contraltare organici gonfiati a spese delle aziende e dello Stato.

E questo è il motivo principale per il quale il governo Renzi, visto dall'estero, è per ora una bella promessa. Che però segue altre belle promesse. Così si spiegano così le basse stime sulla crescita dell'Italia, largamente inferiori a quelle dell'esecutivo, finora rese note dagli osservatori internazionali; ad eccezione di Moody's. Ed il nuovo calo della produzione industriale, nonostante l'export, certificato dall'Istat.