Il divieto di pubblicazione dei sondaggi non ha cambiato molto le cose: stando ai rilevamenti che circolano nei palazzi della politica e dintorni, il risultato delle elezioni europee produrrà un testa a testa tra il Pd di Matteo Renzi ed il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Terza, distaccata, Forza Italia con Silvio Berlusconi nei panni di un vecchio leone ferito ma non ancora domo. Il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e la Lega di Matteo Salvini dovrebbero superare il quorum del 4 per cento. La destra rediviva di Giorga Meloni e Guido Crosetto e l'estrema sinistra egualmente rediviva della Lista Tsipras sembrano tagliate fuori, con un lieve vantaggio della prima.

Nulla di molto diverso rispetto a una decina di giorni fa, quando i sondaggi erano noti. Se non due cose. Prima: sono praticamente rimasti in campo solo i leader, cioè Renzi, Grillo e Berlusconi. La guerra è stata tutta tra loro, con accenti che fanno dire che questa è stata la peggior campagna elettorale di sempre. Ma quante altre volte abbiamo sentito un giudizio simile? In realtà la sua vera caratteristica è stata un'altra, ed è il secondo dato: dell'Europa si è parlato poco o nulla, mentre parecchio si è discusso, anzi gridato, dell'Italia, e ancor di più si parlerà da lunedì 26. Non sappiamo se si è trattato di una scelta, di una visione un po' distorta della nostra politica, o del fatto che l'Europa non è oggi una merce elettoralmente commestibile: fa però un po' effetto sentire offrire pensioni minime e dentiere, processi pubblici per gli sconfitti e perfino aprire un dibattito su Enrico Berlinguer in comizi e talk show destinati a determinare i nuovi equilibri a Strasburgo e Bruxelles.

Nel resto d'Europa non è andata così. La politica nazionale è ovviamente sempre presente, ma a dominare la scena è stato lo scontro tra partiti tradizionali e movimenti anti-Europa. Il che ha portato alla ribalta personaggi come Nigel Farage, leader dei nazionalisti britannici, e Marine Le Pen, capo del Front Nationale francese: sia il primo sia la seconda hanno centrato la campagna su questioni europee, mettendo in difficoltà conservatori e laburisti britannici, socialisti e gollisti francesi. La diversità di Beppe Grillo sta anche in questo: l'ex comico genovese ha guardato molto all'Italia, pochissimo all'Europa. Un fatto che non si è visto neppure in Grecia, dove il leader dell'estrema sinistra Alexis Tsipras ha promosso una lista trans-europea, Italia compresa, per proporsi come candidato alla commissione di Bruxelles, partendo quindi dall'Europa per conquistare successivamente il potere in patria.

Dall'Olanda e dalla Gran Bretagna, dove si è già votato, giunge un exit pool che vede in ribasso l'estrema destra euroscettica olandese di Geert Wilders, mentre in Inghilterra l'Ukip di Farage avrebbe conquistato molte amministrazioni locali. Non è assolutamente il caso di trarne conseguenze per l'Italia. E' invece certo che dal 26 mattina si comincerà a parlare ancora di più di politica nazionale, del governo Renzi e della sua durata, della legge elettorale.

Renzi afferma che il voto europeo non è un referendum sul suo governo, ma sa che in buona parte non è così: il bonus di 80 euro è stato concepito proprio per cadere all'immediata vigilia di questa consultazione. Quel che prenderà il giovane presidente del Consiglio misurerà la sua capacità di attrazione nell'elettorato, la possibilità di andare oltre il tradizionale steccato della sinistra (pari ad un terzo dei cittadini), i rapporti di forza con la vecchia guardia del Pd, e con gli altri partiti. Un risultato deludente e una forte affermazione dei grillini potranno produrre due effetti opposti: o una reazione difensiva con un accordo più stretto anche con Forza Italia (quel che ha evocato Berlusconi), oppure una accelerazione verso le elezioni anticipate, subito dopo il semestre europeo a guida italiana.

In questo caso però si porrà un problema. La nuova legge elettorale, l'Italicum, che già presenta molti profili di funzionalità, legittimità e costituzionalità, è stata confezionata immaginando il classico confronto tra centrosinistra e centrodestra. Rischia di servire per un match Renzi-Grillo. Per evitare questo scenario il centrodestra dovrebbe rientrare in gioco ricomponendo l'alleanza tra partiti e partitini oggi tutti in conflitto tra loro: berlusconiani, alfaniani, estrema destra, leghisti. Su quali basi, programma e con quale nuovo leader?

E anche l'altra parte avrà bisogno di una seria revisione di strategia e alleanze, se mostrerà di non saper conquistare i voti centristi. Diversamente dovrà rassegnarsi ad essere la sinistra di sempre, cioè una sommatoria inconcludente di tutte le vecchie sinistre, dal sindacato agli ambientalisti. Non era certo questa l'idea di Matteo Renzi. In tutti i casi è possibile, o probabile, che si rimetta mano alla legge elettorale. L'Italicum rischia di consegnare il Paese a Beppe Grillo, perfino con un ballottaggio che vedrebbe l'estrema sinistra (compresa quella del Pd) alleata dei 5 Stelle. Come accadde nel 2013 per l'elezione della alte cariche istituzionali.