Non bastasse il sorprendente 40,81 ottenuto dal suo Pd alle Europee (record storico per gli eredi del Pci), Matteo Renzi sta ulteriormente allargando la sua sfera di potere. Da sinistra, da Sel, il partito vendoliano nipote della vecchia Rifondazione di Fausto Bertinotti, è tutto uno smottamento in direzione renziana: addirittura si "affida a Matteo" il capogruppo alla Camera, Gennaro Migliore. Quanto al centro, già di per sé ridotto ai minimi termini dalla diaspora degli ex montiani, è di fatto un piccolo satellite del premier. Anche il Nuovo centrodestra, fallito per ora l'obiettivo di sostituirsi a Silvio Berlusconi, è saldamente aggrappato a Renzi, che garantisce tre poltrone ministeriali di serie A. Infine Forza Italia, con il Cavaliere sempre più in difficoltà, accelera sull'accordo per la riforma elettorale e del Senato.

Anche chi è fuori dalla doppia maggioranza - quella del governo e quella per le riforme - offre a Renzi disponibilità a trattare: è il caso della Lega e dei Cinque Stelle. Chi resterà all'opposizione? Fratelli d'Italia? Il problema, si dice, riguarda l'opposizione stessa, confusa, divisa, stordita, a corto di credibilità e di idee per il futuro. Verissimo. Ma anche Renzi vede aumentare se non i problemi, certamente le responsabilità. In tutto questo accorrere verso di lui, sollecitare incontri, accordi, confronti, sempre mascherati da "spirito di servizio", c'è ovviamente il tentativo di saltare sul carro del più forte anche in prospettiva delle future elezioni politiche. E c'è, in misura inferiore, la presa d'atto che la stagione dei compromessi è finita, che agli elettori - cittadini e imprese - non interessa la divisione delle nicchie elettorali, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma un governo che governi.

Renzi però, a giudicare dalle sue parole e da quelle dei suoi, questa situazione la conosce benissimo. Quando dice che i vecchi partiti non ci sono più, ma ci sono interi blocchi sociali in pieno e libero movimento, definisce la grande delega che questi blocchi diversi a variegati gli hanno assegnato, ma che potranno anche revocargli. Per ora questa minaccia è lontana, tutti pensano che il governo vada lasciato lavorare per valutarne i risultati. E inoltre manca l'alternativa. Renzi si trova dunque nella posizione di uomo solo al comando che più che ai partiti e alla sua stessa maggioranza risponde e interloquisce direttamente con il Paese: come, fatte le proporzioni, Reagan e Clinton negli Usa, Thatcher e Blair in Gran Bretagna, anche Angela Merkel in Germania. E' nei fatti quella democrazia semplificata della quale abbiamo parlato spesso, e che avevamo sperato di individuare nelle prime mosse del governo Monti, rispetto al quale Renzi ha il vantaggio della legittimazione popolare.

Ma il potere, se non lo si esercita come si deve, può anche logorare, contrariamente a ciò che diceva Andreotti (la sua massima andava bene ai vecchi tempi, non oggi con la turbofinanza e la turbopolitica). Renzi deve fare le riforme e mantenere le promesse, questo è ovvio. Agli elettori non interessa che faccia e mantenga tutto, ma una parte significativa sì. Però non basterà. Poiché esiste ancora il Parlamento non potrà accontentarsi delle migrazioni tattiche verso e fuori il suo partito. Prima o poi vorrà e dovrà capitalizzare il consenso con le elezioni politiche, in maniera da avere una maggioranza parlamentare a lui omogenea: quella attuale è frutto dell'era Bersani. Egualmente dovrà farsi carico dell'elezione del nuovo capo dello Stato, perché è quasi scontato che varata la riforma elettorale e passato il semestre europeo a guida italiana, Giorgio Napolitano considererà esaurito il proprio mandato.

Qui il dilemma sarà se andare prima alle urne, in modo da far sì che a votare per il Quirinale sia il nuovo Parlamento, oppure attendere che a sciogliere le camere sia il futuro presidente della Repubblica. Conoscendo Napolitano, è più probabile la seconda ipotesi. Ma questa è in fondo tattica politica. La Politica vera, con la p maiuscola, consisterà per Renzi nel dovere di interpretare e finalizzare il consenso trasversale che lo sostiene. Nel governare secondo un'idea politica certamente, ma non a nome di una parte politica. Che intenda farlo, lo ha dimostrato saltando di netto i cosiddetti corpi intermedi - sindacati, Confindustria, apparati burocratici - per rivolgersi direttamente ai cittadini, alle imprese, a singoli settori imprenditoriali. Che ne abbia le capacità sarà la sua grande scommessa.