L'avanzata jihadista in Iraq sta sconvolgendo dalle fondamenta gli equilibri strategici dell'intero Medio Oriente, e l'economia, cioè il petrolio, sarà la prima a risentirne. I sunniti dell'Isis, una versione 2.0 di al-Qaeda, controllano un'area che corrisponde ai due terzi settentrionali del paese, a quasi tutta la Siria, al Kurdistan iracheno che ha già negoziato un'alleanza basata, appunto, sul greggio. I curdi hanno così ottenuto il controllo dei primi pozzi lasciati dalle compagnie occidentali e hanno venduto il loro primo petrolio. Il governo sciita di Nouri al Maliki insediato dagli occidentali al termine della sanguinosa guerra del Golfo non conta più nulla, Baghdad è assediata e siamo arrivati al paradosso dell'Iran, nemico storico dell'Iraq ma sciita, che si è mosso per soccorrere la capitale avversaria. Le immagini raccapriccianti delle esecuzioni di massa e il consueto contorno del fondamentalista jihadista - donne trattate da schiave, ragazzi inviati in massa alla guerra santa - non devono trarre in inganno. Questo è il mezzo, non il fine, per affermare un potere che, ripetiamo, ha come obiettivo il controllo strategico ed economico di un'area che si estende dal Mediterraneo all'Oceano Indiano. E l'Italia ha più di un motivo di preoccupazione, nonostante le rassicurazioni dell'Eni, che ha sì i suoi giacimenti verso Bassora, nella zona sud a controllo sciita, ma intanto ha cominciato a ridurre il personale, e soprattutto vede venire meno un'altro dei suoi capisaldi. In precedenza infatti c'erano state la destabilizzazione dei paesi arabi mediterranei, Libia e Algeria in testa, la quasi-guerra tra Russia e Ucraina e la forte tensione tra Mosca e Unione europea, l'accantonamento del gasdotto South Stream, che doveva garantire all'Italia un flusso diretto di energia saltando appunto l'Ucraina.

Anche qui un altro paradosso: il gemello nordico del South Stream, il North Stream appunto, che collega direttamente Russia e Germania, è già operativo, e l'Eni potrà approvvigionarsi a quello, pagando, e avendo puntato sul passaggio a sud, non solo come importatore di gas, ma anche come azionista principale del gasdotto dopo la Gazprom, e come realizzatore attraverso la controllata Saipem. Non è finita, perché mentre in Italia ferve il dibattito sulle trivellazioni petrolifere nell'alto Adriatico (favorevoli il ministro Federica Guidi e Romano Prodi nel ruolo di suggeritore) governo e forze politiche assistono per non inimicarsi gli ambientalisti, mentre Croazia e Grecia danno via libera nelle loro acque territoriali, e mirano alle autorizzazioni in quelle internazionali.

Qui ovviamente non c'è responsabilità dell'Eni dal momento che l'Emilia Romagna, che pure estrae dall'Adriatico il metano, ha vietato le trivellazioni di greggio, e il Senato intende fare altrettanto su scala nazionale. Si è spesso detto che la nostra politica estera è stata dettata dall'Eni, almeno nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. In parte è vero, senza scandalo data la totale dipendenza energetica dell'Italia. Ora però la situazione si sta capovolgendo: l'Eni dà la sensazione di giocare in difesa, di non influire più di tanto sulle scelte del governo, soprattutto nel definire una strategia di approvvigionamento che vada oltre il fatto che "siamo in estate e non c'è da preoccuparsi". Fra tre mesi evidentemente verrà l'inverno. I vertici del cane a sei zampe sono stati rinnovati, ma il punto è un altro: vengono ascoltati? E qual è la linea del governo?