Ma davvero l'Europa a trazione tedesca è disposta a concedere più flessibilità ai paesi a bassa crescita, come l'Italia? L'ottimismo con il quale sono state salutate le aperture di Angela Merkel e di Herman Van Rompuy (presidente del Consiglio europeo) appaiono premature. Anche perché sono molto diverse. La Cancelliera, destinata a durare a lungo benché in coabitazione con i socialdemocratici, la intende come una deroga da valutare caso per caso a da applicare alle due gabbie del tre per cento di deficit (che l'Italia rispetta) e del rientro dal debito pubblico (per l'Italia oltre il doppio del massimo concesso). Dunque, niente riforma dei vincoli stessi, ma un potere discrezionale sul quale la parola ultima la avrà di fatto, tanto per cambiare, la Germania.

Van Rompuy si è spinto oltre, parlando di "pieno uso della flessibilità già prevista nel patto", e soprattutto di un diverso e più favorevole computo nel deficit degli investimenti industriali. Il tutto in maniera automatica e non discrezionale. Sennonché il politico belga, diversamente dalla Merkel, non ha poteri e saluterà il proprio mandato il prossimo novembre. Dunque le sue parole hanno un peso assai inferiore a quello del governo tedesco e dei suoi alleati. Una leggera virata c'è, ma non è ancora un cambio di rotta, e forse non lo sarà mai: almeno finché i debiti pubblici di paesi come l'Italia, o le mancate riforme di paesi come la Francia, continueranno a produrre la reazione contraria del Nord Europa. A conferma di tutto questo c'è il fatto che Berlino, oltre a risolvere il contenzioso con la Gran Bretagna sulla nomina di Jean Claude Juncker a presidente della Commissione (nomina che per Londra rappresenta la vecchia eurocrazia mentre i tedeschi considerano Juncker troppo colomba) si appresta a riservarsi il diritto di nomina del commissario-chiave per gli Affari economici, rafforzata dal controllo dei bilanci nazionali, per il finlandese Jyrki Katainen, un falco più ancora del suo predecessorre Olli Rehn.

Dunque siamo sempre lì: le regole non cambiano, possono però essere interpretate in maniera più elastica, e con il placet della Germania. Da questo punto di vista si può dire che se Matteo Renzi, con la sua vittoria alle Europee, ha conquistato prestigio e potere, poco è stato finora fatto sul terreno sostanziale delle riforme. Il governo italiano ne ha annunciate e impostate molte, ma non tutte sembrano realmente decisive per sbloccare la ripresa economica e gli investimenti. Due esempi: le semplificazioni nella pubblica amministrazione prevedono molti interventi marginali ma non quelli sostanziali, come la effettiva privatizzazione dei contratti pubblici, la valutazione del merito, la riduzione dei trattamenti di favore per magistrati e alti gradi militari, e soprattutto la semplificazione ed il taglio degli innumerevoli centri che hanno diritto di veto sui contratti, ed una chiara responsabilizzazione di comuni e regioni. Il risultato di queste baronìe lo vediamo tra l'altro nel ritardo con il quale vengono certificati i debiti della Pubblica amministrazione.

Anche l'operazione "fisco amico", con l'invio a casa del 730 precompilato, affronta il mezzo, ma non il fine, che resta la riduzione delle tasse per cittadini e imprese. Anzi: se la semplificazione è benvenuta, potrebbe nei fatti rivelarsi controproducente se mancherà un vero interscambio telematico dei documenti fiscali, e alla fine i contribuenti saranno chiamati a correggere lo Stato. Avremmo preferito che queste risorse venissero impiegate per diminuire le tasse, e per creare un clima più favorevole per gli investimenti. A fianco di questi impegni di carattere economico, che erano e restano fondamentali, c'è quello sull'immigrazione, che ormai per l'Italia è una bomba sociale e un esborso di soldi e mezzi crescente. Qui sarà difficile ottenere qualcosa di più di una generica comprensione europea - peraltro alternata a caveat e censure - visto che le nostre frontiere sono le più permeabili del mondo. Una situazione che non trova paragoni in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna, ma neppure in Grecia che ha coste più esposte delle nostre. Quando osservano queste cose gli stranieri dicono che il soccorso in mare è un dovere, ma poi l'accoglienza non comporta automaticamente il diritto all'illegalità - a cominciare dalla piccola illegalità - per chi invade le nostre strade. Qualcosa che non si vede in nessun altro paese europeo, anzi del mondo.