L’acuirsi della crisi economica ha determinato una grave contrazione dell’impiego di risorse umane del Paese e un aumento delle disuguaglianze territoriali e generazionali. La distanza che separa i tassi di occupazione e di mancata partecipazione italiani da quelli europei (Ue27), tradizionalmente già molto elevata, si amplia ulteriormente negli ultimi due anni. Nel 2013 il tasso di occupazione si attesta al 59,8%, mentre nella Ue27 è pari al 68,5%. E’ quanto emerge dal rapporto Bes 2014 elaborato da Cnel e Istat. Gran parte degli indicatori di qualità del lavoro segnalano un preoccupante peggioramento della condizione dei lavoratori. L’instabilità dell’occupazione rimane diffusa e l’incidenza di lavoratori a termine di lungo periodo si associa ad una propensione sempre minore alla stabilizzazione dei contratti di lavoro temporanei, soprattutto per i giovani. Inoltre, aumenta la presenza di lavoratori con un titolo di studio superiore a quello richiesto dall’attività svolta(22,1% degli occupati nel 2013), mentre resta pressoché invariata la quota di occupati con bassa retribuzione o irregolari.

La maggioranza degli occupati, pur non temendo di perdere il lavoro, ritiene che difficilmente riuscirebbe a ritrovare un’occupazione simile qualora la perdesse (78,8%). La soddisfazione per il lavoro rimane comunque mediamente elevata, anche se nel 2013 diminuisce per gli aspetti legati alla remunerazione e alla stabilità occupazionale, in particolare tra gli uomini. La crisi ha reso ancora più profonde le diseguaglianze territoriali, generazionali e di cittadinanza, sia nell’accesso al lavoro sia riguardo alle varie dimensioni della qualità dell’occupazione. In conseguenza del peggioramento degli indicatori del lavoro, maggiormente avvertito dagli uomini, il gender gap continua invece a ridursi. La distanza di genere per il tasso di mancata partecipazione al lavoro passa dagli 11 punti del 2008 a meno di otto punti nel 2013, pur restando ampiamente superiore alla media europea; tra i settori più colpiti dalla crisi vi sono, infatti, quello edile e quello manifatturiero, in cui gli uomini sono più presenti.

L’Italia si caratterizza in Europa per la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro, e il Mezzogiorno presenta una marcata incidenza di occupati in posizione non regolare (nel 2012 il 19,1% in confronto al 10,5% della media nazionale). Del resto, sono proprio i giovani e i lavoratori meridionali a essere meno soddisfatti per le varie dimensioni del lavoro, anche se, nel 2013, a seguito del peggioramento dei livelli di soddisfazione degli adulti e dei lavoratori nelle regioni del Nord, la distanza diviene più contenuta. Il livello di soddisfazione è molto basso tra le donne che svolgono il part-time involontario, in forte aumento durante la crisi. La qualità dell’occupazione, inoltre, si lega strettamente alle difficoltà di conciliare tempi di lavoro e di vita. Nonostante l’asimmetria del lavoro familiare vada progressivamente riducendosi, le difficoltà di conciliazione si manifestano con maggiore intensità soprattutto in presenza di figli piccoli, come testimonia la recente crescita del divario tra il tasso di occupazione delle madri di bambini in età prescolare e quello delle donne senza figli (nel 2013 rispettivamente 54,6% e 72,6% i tassi per le donne 25-49enni), soprattutto nel Mezzogiorno (36,8% vs. 52,8%).